E' la cosa che nessuno si augura. Ma succede.
Si può andare in disgrazia con il principale per un motivo repentino o per un lento concatenarsi di eventi che fanno maturare la "crisi".
Una flessione di rendimento sul lavoro, vera o presunta. Una non-funzionalità o non-efficienza vera o presunta che ci viene riconosciuta nel gestire situazioni lavorative. Una nostra frase o atteggiamento infelice che resta impresso agli occhi di chi conta e ci fa entrare in una sorta di "black list". Ci sono mille e mille motivi e situazioni, e sono intimamente legati con le convinzioni del nostro principale, con cosa a lui dà fastidio. Con il suo carattere, insomma. E in quel momento noi diventiamo proprio "il fastidio" fatto persona che si materializza davanti ai suoi occhi. E ci fa diventare dei facili bersagli.
I modi in cui ci viene dimostrato? Sono tanti, e spesso subdoli. Ci rendiamo conto di venire "beccati", "pizzicati" per motivi futili, per cose che magari vediamo fare da altri tutti i giorni. Veniamo fatti richiamare per un abbigliamento non consono, per la nostra firma e-mail ritenuta troppo eccentrica, per una pratica lavorativa che abbiamo tenuto da parte per un giorno, per aver navigato 5 minuti su internet.
Finiamo sotto la lente. Siamo andati in disgrazia con il nostro principale e ogni occasione è buona per cercare di risvegliare in noi sensi di colpa, farci sentire inadeguati e inopportuni.
E se sul lavoro abbiamo dei "nemici" vicini al principale? Un bel problema: non si lasceranno sfuggire l'occasione per affossarci ancora di più, facendo aumentare la diffidenza del capo nei nostri confronti.
Modi per venirne fuori? Potrebbero non esserci. Potrebbe già essere tutto deciso.
Se invece così non è, un atteggiamento dignitoso e risoluto aiuta. Sicuramente è preferibile un basso profilo, che aiuta a uscire dal "cono di luce" in cui siamo finiti.