Si è svolto il terzo incontro tra Federmeccanica e sindacati e la situazione non si è sbloccata.
Federmeccanica ha presentato la sua proposta nero su bianco e, come ampiamente preannunciato, la proposta non contempla aumenti salariali.
La proposta di rinnovo presenta delle migliorie riguardanti in particolare il welfare e l'assistenza sanitaria, ma per quanto riguarda i salari riconosce un incremento di circa 37 euro a Luglio 2017 solamente ai neoassunti al di sotto dei minimi salariali. Secondo i sindacati, sarebbe circa il 5% la percentuale di lavoratori metalmeccanici inclusi nella manovra.
La nota motivazione di Federmeccanica nel giustificare questa proposta è quella di "recuperare" i circa 74 euro rilasciati in maniera sovrabbondante al precedente rinnovo di contratto per effetto dell'inflazione consuntiva rivelatasi ben più bassa di quella preventiva.
Un rinnovo su queste basi costituisce un modello contrattuale profondamente diverso dal punto di vista ideologico rispetto al passato. I tempi cambiano....il ruolo di difesa dei diritti salariali e l'elemento di solidarietà verso tutti i lavoratori nel contratto nazionale è di fatto messo in discussione (escluso) e i sindacati hanno definito "irricevibile" la proposta.
Resta il fatto che Federmeccanica ha formalizzato una proposta unitaria e tale dovrà essere, per avere efficacia, anche la proposta dei sindacati.
La speranza è che questa situazione possa riuscire finalmente a compattare Fiom, Fim e Uim (rappresentate rispettivamente da Landini, Bentivogli e Palombella) per un fronte più forte e una controproposta formale funzionale ad ottenere un finale e giusto compromesso che possa giustamente considerare la produttività reale aziendale ma senza lasciare da parte la tutela dei salari e senza trasformare il contratto nazionale in un mero accordo di natura commerciale.
Landini garantisce che la Fiom "questo contratto vuole farlo". Parole che possono essere di circostanza ma che possono avere anche un grande peso specifico e spostare gli equilibri, perché dette dal segretario Fiom che deve ancora sottoscrivere il primo rinnovo contrattuale metalmeccanico da quando è in carica.
Nella prima metà di gennaio 2016 i sindacati hanno in programma un incontro tra loro per sottoscrivere la proposta comune.
Successivamente, l'appuntamento per il quarto incontro con Federmeccanica ove formalizzare questa proposta è fissato per il 21 Gennaio 2016.
AyBoll
mercoledì 30 dicembre 2015
martedì 8 dicembre 2015
Wall Street: da un grande albero all'angolo Broad Street al centro finanziario mondiale. Passando per il 1929....
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| Una vecchia "firma" di Wall Street. |
evoca il potere dei signori dell'alta finanza.
Il nome deriva dal muro di cinta della città ex colonia olandese, e passò per antonomasia ad indicare la piazza finanziaria e la borsa valori di New York. A partire dalla fine del Settecento il quartiere cominciò ad acquisire importanza quando commercianti e mediatori individuarono il punto di contrattazione delle merci sotto un grande albero locato nel punto di intersezione tra Wall Street e Broad Street, la perpendicolare.
Oggi nel nucleo finanziario si agglomera tutto il sistema delle borse più diverse borse futures e borse merci. Oltre che le principali banche commerciali del paese, le banche di investimento, alcune delle principali società di intermediazione e alcuni colossi assicurativi.
Il 1929 fu il momento più drammatico che segnò la storia, con il crollo della borsa-valori e l'inizio della Grande Depressione: una crisi economica senza precedenti con conseguenze tragiche: fallimenti, caduta di prezzi, crac bancari e naturalmente disoccupazione. Solo negli Stati Uniti 15 milioni di persone si ritrovano senza lavoro, ma la crisi investe anche quasi tutti gli stati europei con effetti ancora più devastanti.
La piazza di New York è stata per tutto il nostro secolo la più importante nel mondo, comunque rivaleggiata negli ultimi decenni dalla borsa di Tokyo e senza comunque sminuire l'internazionalità della piazza di Londra.
La nuova Wall Street: non più un mondo fatto da miliardari sessantenni, ma anche da 25-35enni con in mano milioni di dollari che "giocano" nelle borse di tutto il mondo 24 ore su 24. Un mondo dove sentimenti, etica e moralità sono senz'altro fuori posto, gli squali dalla incontenibile fame ed energia dominati da denaro ed avidità. Il lato più oscuro del mondo del lavoro.
Un mondo ben descritto da Oliver Stone nel suo film Wall Street (1988), prossimamente su 74serginocin.blogspot.com
sabato 5 dicembre 2015
Metalmeccanici, incontro del 4 Dicembre 2015: si mette male.
Secondo incontro tra Federmeccanica e sindacati sulla strade del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. E non si può dire con esito proprio positivo.
Permane infatti un abisso tra le due posizioni.
Per quanto riguarda welfare, inquadramento e formazione c'è l'apertura di Federmeccanica e su questi punti si può quindi auspicare un accordo con ragionevole ottimismo.
Il punto annoso è quello legato ovviamente alla parte economica.
Federmeccanica è disposta a riconoscere un salario minimo di garanzia solo ai lavoratori con retribuzione individuale inferiore ai minimi.
In pratica chi potrebbero essere i lavoratori interessati? Una figura tipica in questo senso potrebbe essere quella di giovani neoassunti: ragazzi sostanzialmente al primo impiego, privi quindi di qualifica professionale e con un livello di inquadramento basso.
Niente da dire sulla tutela di queste figure. Ma coloro che lavorano da 5-10-15-20 anni nel settore dove li mettiamo? Lasciamo stare dirigenti, quadri e amministratori delegati, parliamo di figure importanti per le aziende per le quali lavorano anche se non aventi potere decisionale. Lavoratori che hanno maturato esperienza e hanno magari anche avuto ritocchi di stipendio aziendali piuttosto che quelli relativi agli antecedenti contratti nazionali. Ma che restano pur sempre padri di famiglia o ragazzi che si stanno coraggiosamente pagando un mutuo. Certamente non deve essere discriminato un giovane in quanto tale, ma pensiamo che nemmeno chi sia meno giovane e abbia la "colpa" di lavorare già da tempo debba essere discriminato.
Federmeccanica rifiuta la logica degli incrementi "a pioggia". Vista la situazione congiunturale questo lo si può anche capire, i tempi storici richiedono che i salari vadano a braccetto con la produttività, ma certamente un compromesso andrà trovato.
I sindacati infatti affermano che sarà solo il 5% dei lavoratori ad essere interessato agli aumenti nazionali a fronte della richiesta di Federmeccanica.
Prossimo appuntamento il 22 Dicembre, a quanto pare quel giorno Federmeccanica sottoporrà una proposta nero su bianco e il rischio rottura c'è nonostante il Natale alle porte.
Permane infatti un abisso tra le due posizioni.
Per quanto riguarda welfare, inquadramento e formazione c'è l'apertura di Federmeccanica e su questi punti si può quindi auspicare un accordo con ragionevole ottimismo.
Il punto annoso è quello legato ovviamente alla parte economica.
Federmeccanica è disposta a riconoscere un salario minimo di garanzia solo ai lavoratori con retribuzione individuale inferiore ai minimi.
In pratica chi potrebbero essere i lavoratori interessati? Una figura tipica in questo senso potrebbe essere quella di giovani neoassunti: ragazzi sostanzialmente al primo impiego, privi quindi di qualifica professionale e con un livello di inquadramento basso.
Niente da dire sulla tutela di queste figure. Ma coloro che lavorano da 5-10-15-20 anni nel settore dove li mettiamo? Lasciamo stare dirigenti, quadri e amministratori delegati, parliamo di figure importanti per le aziende per le quali lavorano anche se non aventi potere decisionale. Lavoratori che hanno maturato esperienza e hanno magari anche avuto ritocchi di stipendio aziendali piuttosto che quelli relativi agli antecedenti contratti nazionali. Ma che restano pur sempre padri di famiglia o ragazzi che si stanno coraggiosamente pagando un mutuo. Certamente non deve essere discriminato un giovane in quanto tale, ma pensiamo che nemmeno chi sia meno giovane e abbia la "colpa" di lavorare già da tempo debba essere discriminato.
Federmeccanica rifiuta la logica degli incrementi "a pioggia". Vista la situazione congiunturale questo lo si può anche capire, i tempi storici richiedono che i salari vadano a braccetto con la produttività, ma certamente un compromesso andrà trovato.
I sindacati infatti affermano che sarà solo il 5% dei lavoratori ad essere interessato agli aumenti nazionali a fronte della richiesta di Federmeccanica.
Prossimo appuntamento il 22 Dicembre, a quanto pare quel giorno Federmeccanica sottoporrà una proposta nero su bianco e il rischio rottura c'è nonostante il Natale alle porte.
domenica 15 novembre 2015
Rinnovo contratto metalmeccanici: 1,6 milioni di lavoratori in attesa, negoziato alle prime battute.
Sono partite ufficialmente le trattative per la stesura del nuovo contratto dei metalmeccanici.
E' una negoziazione complicata, complessa. Il 5 Novembre scorso c'è stato il primo tavolo di confronto tra le parti, dove le premesse di diversità di vedute sono state sostanzialmente confermate anche se non sono mancati i segnali di apertura: inoltre l'incontro ha visto la presenza di tutti i sindacati metalmeccanici e già questa è una buona notizia.
La Federmeccanica evidenzia la necessità "inderogabile" di rinnovo basato sulla produttività aziendale, e rincara la dose sulla restituzione di 75 euro dovuti dalla differenza tra l'inflazione prevista e quella reale. Una richiesta già definita "irricevibile" dai sindacati, ma che secondo noi non è da interpretare tanto come una vera richiesta nero su bianco o un diktat quanto come una volontà di discussione del contratto da un diverso punto di vista, più in linea con gli scenari attuali.
La posizione ideologica di FIM, FIOM e UILM deve discostarsi dalle convenzioni degli ultimi decenni. Per evitare che i sindacati proseguano nell'essere un organo in piena decadenza, non vera espressione della volontà dei lavoratori ma piuttosto un apparato amorfo, una sorta di dinosauro politico senza testa e senz'anima. L'auspicio è che sia proprio questo rinnovo di contratto l'occasione di un rinnovo del concetto di sindacato per quello che deve essere: un organo moderno, che sia il meno possibile politicizzato e il più possibile portavoce della volontà dei lavoratori al tavolo delle trattative in modo unitario, lineare, semplice e aperto alle innovazioni che la situazione congiunturale richiede.
La FIOM, per voce di Landini, ha proposto un referendum tra i lavoratori per approvare la piattaforma proposta e ha indetto una manifestazione Sabato 21 Novembre a Roma. Ma l'informazione latita e i sindacati non sono in grado di presentare una piattaforma congiunta: quella della FIM-UILM prevedeva un aumento medio di 105 euro lordi per il 5° livello, la FIOM invece parla di un generico aumento del 3% dei minimi retributivi (che sarebbe tale solo con l'assenza della contrattazione aziendale).
Sia pure con modalità diverse, i sindacati attribuiscono al contratto nazionale il ruolo di distributore degli aumenti salariali ai lavoratori nel loro insieme.
Invece Federmeccanica sottolinea la necessità piuttosto di rinnovare il concetto di contratto nazionale, come un qualcosa che deve essere garante si per i minimi retributivi ma non erogatore di aumenti. Sarà la contrattazione aziendale che dovrà ridistribuire ai dipendenti la ricchezza prodotta, ma solo nei casi in cui questa ricchezza venga concretamente prodotta e accertata.
Un primo incontro che resta quindi interlocutorio. La prossima puntata della trattativa è fissata sempre a Roma in data Venerdì 4 Dicembre.
E' una negoziazione complicata, complessa. Il 5 Novembre scorso c'è stato il primo tavolo di confronto tra le parti, dove le premesse di diversità di vedute sono state sostanzialmente confermate anche se non sono mancati i segnali di apertura: inoltre l'incontro ha visto la presenza di tutti i sindacati metalmeccanici e già questa è una buona notizia.
La Federmeccanica evidenzia la necessità "inderogabile" di rinnovo basato sulla produttività aziendale, e rincara la dose sulla restituzione di 75 euro dovuti dalla differenza tra l'inflazione prevista e quella reale. Una richiesta già definita "irricevibile" dai sindacati, ma che secondo noi non è da interpretare tanto come una vera richiesta nero su bianco o un diktat quanto come una volontà di discussione del contratto da un diverso punto di vista, più in linea con gli scenari attuali.
La posizione ideologica di FIM, FIOM e UILM deve discostarsi dalle convenzioni degli ultimi decenni. Per evitare che i sindacati proseguano nell'essere un organo in piena decadenza, non vera espressione della volontà dei lavoratori ma piuttosto un apparato amorfo, una sorta di dinosauro politico senza testa e senz'anima. L'auspicio è che sia proprio questo rinnovo di contratto l'occasione di un rinnovo del concetto di sindacato per quello che deve essere: un organo moderno, che sia il meno possibile politicizzato e il più possibile portavoce della volontà dei lavoratori al tavolo delle trattative in modo unitario, lineare, semplice e aperto alle innovazioni che la situazione congiunturale richiede.
La FIOM, per voce di Landini, ha proposto un referendum tra i lavoratori per approvare la piattaforma proposta e ha indetto una manifestazione Sabato 21 Novembre a Roma. Ma l'informazione latita e i sindacati non sono in grado di presentare una piattaforma congiunta: quella della FIM-UILM prevedeva un aumento medio di 105 euro lordi per il 5° livello, la FIOM invece parla di un generico aumento del 3% dei minimi retributivi (che sarebbe tale solo con l'assenza della contrattazione aziendale).
Sia pure con modalità diverse, i sindacati attribuiscono al contratto nazionale il ruolo di distributore degli aumenti salariali ai lavoratori nel loro insieme.
Invece Federmeccanica sottolinea la necessità piuttosto di rinnovare il concetto di contratto nazionale, come un qualcosa che deve essere garante si per i minimi retributivi ma non erogatore di aumenti. Sarà la contrattazione aziendale che dovrà ridistribuire ai dipendenti la ricchezza prodotta, ma solo nei casi in cui questa ricchezza venga concretamente prodotta e accertata.
Un primo incontro che resta quindi interlocutorio. La prossima puntata della trattativa è fissata sempre a Roma in data Venerdì 4 Dicembre.
domenica 13 settembre 2015
Rinnovo contratto metalmeccanici: situazione difficile.
Questo mese partirà la vera e propria contrattazione per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, e la situazione è difficile.
Anche questa volta il rischio reale che la FIOM non partecipi ai negoziati è alto. Ed è un enorme paradosso, una aberrazione così grande da sembrare davvero inconcepibile.
Il primo sindacato dei metalmeccanici che non partecipa alle negoziazioni e non firma il contratto nazionale....che altro aggiungere.
La FIM ha già pronta la piattaforma e se non succede nulla che rompa gli attuali equilibri è probabile che entro il 25 Settembre riceva il mandato dei lavoratori alla trattativa, che si preannuncia complicata.
La sola cosa che dovrebbe essere esclusa dal tavolo sarebbero le beghe con connotazione politica, che di fatto creano questa frizione con la FIOM. Ci vorrebbe ragionevolezza, ci vorrebbe l'intimo desiderio di essere davvero i rappresentanti dei lavoratori per eliminare ogni elemento di disturbo. Ma sappiamo quanto in Italia e in generale sia difficile escludere i cosiddetti fattori politici nel mettere d'accordo tante teste e tanti interessi.
A proposito della piattaforma FIM e UILM, essa contemplerebbe un aumento per il 5o livello pari a 105 euro. Gli industriali di Federmeccanica, di contro, propongono un ridicolo e provocatorio "aumento" di 2,67 euro in tre anni.....alla luce della produzione industriale andata in fumo negli anni precedenti, della capacità produttiva dimezzata, dei posti di lavoro persi e dell'inflazione consuntiva (2%) che si è rivelata nettamente più bassa di quella preventiva stimata nel precedente rinnovo (6%).
Sostanzialmente i lavoratori rischiano di avere un rinnovo a costo zero. Per questo motivo, date le contingenze, avere la conferma di quanto pattuito nella piattaforma FIM-UILM (105 euro, che pure sono un totale con 25 euro in meno rispetto a quanto ottenuto con il precedente rinnovo) sarebbe da considerare un successo.
Daremo aggiornamenti in merito. Auspicando che FIOM-FIM-UILM possano tutte assieme rappresentare i lavoratori, e in questo senso dovrà succedere qualcosa entro questo mese. Inderogabilmente.
Anche questa volta il rischio reale che la FIOM non partecipi ai negoziati è alto. Ed è un enorme paradosso, una aberrazione così grande da sembrare davvero inconcepibile.
Il primo sindacato dei metalmeccanici che non partecipa alle negoziazioni e non firma il contratto nazionale....che altro aggiungere.
La FIM ha già pronta la piattaforma e se non succede nulla che rompa gli attuali equilibri è probabile che entro il 25 Settembre riceva il mandato dei lavoratori alla trattativa, che si preannuncia complicata.
La sola cosa che dovrebbe essere esclusa dal tavolo sarebbero le beghe con connotazione politica, che di fatto creano questa frizione con la FIOM. Ci vorrebbe ragionevolezza, ci vorrebbe l'intimo desiderio di essere davvero i rappresentanti dei lavoratori per eliminare ogni elemento di disturbo. Ma sappiamo quanto in Italia e in generale sia difficile escludere i cosiddetti fattori politici nel mettere d'accordo tante teste e tanti interessi.
A proposito della piattaforma FIM e UILM, essa contemplerebbe un aumento per il 5o livello pari a 105 euro. Gli industriali di Federmeccanica, di contro, propongono un ridicolo e provocatorio "aumento" di 2,67 euro in tre anni.....alla luce della produzione industriale andata in fumo negli anni precedenti, della capacità produttiva dimezzata, dei posti di lavoro persi e dell'inflazione consuntiva (2%) che si è rivelata nettamente più bassa di quella preventiva stimata nel precedente rinnovo (6%).
Sostanzialmente i lavoratori rischiano di avere un rinnovo a costo zero. Per questo motivo, date le contingenze, avere la conferma di quanto pattuito nella piattaforma FIM-UILM (105 euro, che pure sono un totale con 25 euro in meno rispetto a quanto ottenuto con il precedente rinnovo) sarebbe da considerare un successo.
Daremo aggiornamenti in merito. Auspicando che FIOM-FIM-UILM possano tutte assieme rappresentare i lavoratori, e in questo senso dovrà succedere qualcosa entro questo mese. Inderogabilmente.
domenica 12 luglio 2015
I paradisi fiscali (Tax Heaven): per il lavoratore dipendente un titolo da notiziario, per vip e multinazionali la "salvezza".
"Tax Heaven" - Paradiso fiscale.....
Una espressione ben nota.
Si parla di Stati il cui ordinamento tributario non prevede alcuna imposta sul reddito o le cui imposte sul reddito comportano aliquote particolarmente basse. Stati i cui ordinamenti consentono agevolazioni o esenzioni per determinate categorie di redditi favorendo gli investimenti da parte di soggetti non residenti.
Abbiamo già parlato della tassazione cui sono sottoposti i lavoratori dipendenti in Italia. Abnorme, iniqua. Una cosa cui il lavoratore dipendente non può sottrarsi. Anche volendo, non ne ha i mezzi. E lo stesso Stato che richiede sforzi del genere al contribuente, non gli consente il recupero fiscale nemmeno più sull'assicurazione RCA auto oppure si arroga il diritto di rateizzare in 10 anni il recupero fiscale su un box auto che non è stato pagato in 10 anni ma è stato pagato subito.
A fronte di situazioni del genere, è normale che in Italia per convenzione venga considerato paradiso fiscale il paese nel quale la tassazione sia in media inferiore almeno del 30% (!!!) a quella nazionale.
Ma quali sono i paradisi fiscali?
Il Ministero delle Finanze lo rende noto pubblicamente con decreto ministeriale, una sorta di black list dato che con l'andare del tempo sono state adottate specifiche norme antielusione per scoraggiare il trasferimento di redditi nei regimi fiscali da parte dei soggetti d'imposta.
Nel 1999 il decreto ministeriale individuava 59 stati e territori:
Aldemery (Aurigny)
Andorra
Anguilla (isole Leeward)
Antigua
Antille Olandesi
Aruba
Bahamas
Bahrein
Barbados
Belize
Bermuda
Brunei
Cipro
Costa Rica
Rep. Dominicana
Ecuador
Emirati Arabi Uniti
Filippine
Gibilterra
Gibuti
Grenada
Guernsey
Hong Kong
Isole Cayman
Isole Cook
Isola di Man
Isole Marshall
Isole Vergini Britanniche
Jersey
Libano
Liberia
Liechtenstein
Macao
Malaysia
Maldive
Malta
Maurizio
Montserrat
Nauru
Niue
Oman
Panama
Polinesia Francese
Monaco
San Marino
Sark
Seychelles
Singapore
Saint Kitts e Nevis,
Saint Lucia
Saint Vincent e Grenadine
Samoa
Svizzera
Taiwan
Tonga
Turks e Caicos
Tuvalu
Uruguay
Vanuatu
Naturalmente non sono stati rari gli scandali fiscali, scoppiati con inchieste che hanno rivelato nomi e cognomi italiani e non solo che hanno eluso il fisco trasferendo capitali all'estero. Isole Cayman, Isole Cook, Svizzera, Lussemburgo, Andorra.....ci sono stati svariati casi che hanno fatto molto rumore. Come conseguenza, l'Unione Europea e l'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), favorendo accordi internazionali si sono mobilitati per contrastare un sistema che a loro dire contribuisce alla crescita delle mafie e della criminalità organizzata ma sul quale hanno lavorato con profitto anche tante aziende che hanno svolto attività totalmente legali.
Le contro-conseguenze potranno essere il trasferimento delle attività produttive o delle singole persone fisiche nei paesi con imposte basse....sta già succedendo e molte aziende italiane hanno fatto investimenti all'estero decentrando le proprie basi produttive.
Per cui quello di ridurre l'eccessiva pressione fiscale è un dovere che ogni Stato dovrebbe sentirsi di compiere. Non per salvaguardare VIP e criminalità, ma per assicurare una vera crescita interna e un avvenire ai propri contribuenti.
Una espressione ben nota.
Si parla di Stati il cui ordinamento tributario non prevede alcuna imposta sul reddito o le cui imposte sul reddito comportano aliquote particolarmente basse. Stati i cui ordinamenti consentono agevolazioni o esenzioni per determinate categorie di redditi favorendo gli investimenti da parte di soggetti non residenti.
Abbiamo già parlato della tassazione cui sono sottoposti i lavoratori dipendenti in Italia. Abnorme, iniqua. Una cosa cui il lavoratore dipendente non può sottrarsi. Anche volendo, non ne ha i mezzi. E lo stesso Stato che richiede sforzi del genere al contribuente, non gli consente il recupero fiscale nemmeno più sull'assicurazione RCA auto oppure si arroga il diritto di rateizzare in 10 anni il recupero fiscale su un box auto che non è stato pagato in 10 anni ma è stato pagato subito.
A fronte di situazioni del genere, è normale che in Italia per convenzione venga considerato paradiso fiscale il paese nel quale la tassazione sia in media inferiore almeno del 30% (!!!) a quella nazionale.
Ma quali sono i paradisi fiscali?
Il Ministero delle Finanze lo rende noto pubblicamente con decreto ministeriale, una sorta di black list dato che con l'andare del tempo sono state adottate specifiche norme antielusione per scoraggiare il trasferimento di redditi nei regimi fiscali da parte dei soggetti d'imposta.
Nel 1999 il decreto ministeriale individuava 59 stati e territori:
Aldemery (Aurigny)
Andorra
Anguilla (isole Leeward)
Antigua
Antille Olandesi
Aruba
Bahamas
Bahrein
Barbados
Belize
Bermuda
Brunei
Cipro
Costa Rica
Rep. Dominicana
Ecuador
Emirati Arabi Uniti
Filippine
Gibilterra
Gibuti
Grenada
Guernsey
Hong Kong
Isole Cayman
Isole Cook
Isola di Man
Isole Marshall
Isole Vergini Britanniche
Jersey
Libano
Liberia
Liechtenstein
Macao
Malaysia
Maldive
Malta
Maurizio
Montserrat
Nauru
Niue
Oman
Panama
Polinesia Francese
Monaco
San Marino
Sark
Seychelles
Singapore
Saint Kitts e Nevis,
Saint Lucia
Saint Vincent e Grenadine
Samoa
Svizzera
Taiwan
Tonga
Turks e Caicos
Tuvalu
Uruguay
Vanuatu
Naturalmente non sono stati rari gli scandali fiscali, scoppiati con inchieste che hanno rivelato nomi e cognomi italiani e non solo che hanno eluso il fisco trasferendo capitali all'estero. Isole Cayman, Isole Cook, Svizzera, Lussemburgo, Andorra.....ci sono stati svariati casi che hanno fatto molto rumore. Come conseguenza, l'Unione Europea e l'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), favorendo accordi internazionali si sono mobilitati per contrastare un sistema che a loro dire contribuisce alla crescita delle mafie e della criminalità organizzata ma sul quale hanno lavorato con profitto anche tante aziende che hanno svolto attività totalmente legali.
Le contro-conseguenze potranno essere il trasferimento delle attività produttive o delle singole persone fisiche nei paesi con imposte basse....sta già succedendo e molte aziende italiane hanno fatto investimenti all'estero decentrando le proprie basi produttive.
Per cui quello di ridurre l'eccessiva pressione fiscale è un dovere che ogni Stato dovrebbe sentirsi di compiere. Non per salvaguardare VIP e criminalità, ma per assicurare una vera crescita interna e un avvenire ai propri contribuenti.
martedì 7 luglio 2015
Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici per il 2016.
Come è noto, alla fine di quest'anno scade il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro per i Metalmeccanici, che interessa circa 1.600.000 lavoratori.
Il contratto dei Metalmeccanici resta sempre un annosa questione. Che ultimamente si è inasprita anche per l'assenza al tavolo delle trattative da parte della FIOM (il maggiore sindacato di categoria)nella fase di contrattazione dell'ultimo rinnovo, in vigore dal gennaio 2013 ma senza la FIOM tra i firmatari.
E' auspicabile che per questo rinnovo, i cui lavori inizieranno verosimilmente a Settembre di quest'anno, la FIOM sia presente. Perché la sua assenza è un paradosso troppo grande.
Landini, il segretario nazionale FIOM, dovrà utilizzare tutta la sua capacità di dialogo e di mettere una pietra sopra al passato per raggiungere questo risultato.
Per quanto riguarda il nuovo contratto, si parla della possibilità di "agganciare" gli incrementi salariali al PIL (che in Italia è dato in crescita) piuttosto che al discorso inflazione.
Questa può davvero essere una buona proposta.
Certo, comunque vada sarebbe importante un rinnovo salariale che venga "percepito" dai lavoratori. Se l'aumento complessivo fosse modesto, prendiamo come riferimento i 130 euro lordi per il 5o livello nell'ultimo rinnovo (è certo che nel congelare la cifra di riferimento, il livello ideale dovrebbe essere il 4o....perché non lo è? un mistero non troppo grosso....), allora tale aumento dovrebbe perlomeno essere erogato da subito in unica soluzione e non spalmato in tre anni.
Qualora fosse più sostanzioso, perlomeno 200 euro lordi per fare uno speranzoso esempio, allora sarebbe giustificata una rateizzazione che però non mortificherebbe il lavoratore con un aumento impercettibile.
Insomma, ci sono tanti motivi d'interesse e l'augurio è che si possa sfruttare il momento congiunturale non negativo e il rientro in campo della FIOM a recitare una parte di prim'ordine.
Seguiranno aggiornamenti.
Il contratto dei Metalmeccanici resta sempre un annosa questione. Che ultimamente si è inasprita anche per l'assenza al tavolo delle trattative da parte della FIOM (il maggiore sindacato di categoria)nella fase di contrattazione dell'ultimo rinnovo, in vigore dal gennaio 2013 ma senza la FIOM tra i firmatari.
E' auspicabile che per questo rinnovo, i cui lavori inizieranno verosimilmente a Settembre di quest'anno, la FIOM sia presente. Perché la sua assenza è un paradosso troppo grande.
Landini, il segretario nazionale FIOM, dovrà utilizzare tutta la sua capacità di dialogo e di mettere una pietra sopra al passato per raggiungere questo risultato.
Per quanto riguarda il nuovo contratto, si parla della possibilità di "agganciare" gli incrementi salariali al PIL (che in Italia è dato in crescita) piuttosto che al discorso inflazione.
Questa può davvero essere una buona proposta.
Certo, comunque vada sarebbe importante un rinnovo salariale che venga "percepito" dai lavoratori. Se l'aumento complessivo fosse modesto, prendiamo come riferimento i 130 euro lordi per il 5o livello nell'ultimo rinnovo (è certo che nel congelare la cifra di riferimento, il livello ideale dovrebbe essere il 4o....perché non lo è? un mistero non troppo grosso....), allora tale aumento dovrebbe perlomeno essere erogato da subito in unica soluzione e non spalmato in tre anni.
Qualora fosse più sostanzioso, perlomeno 200 euro lordi per fare uno speranzoso esempio, allora sarebbe giustificata una rateizzazione che però non mortificherebbe il lavoratore con un aumento impercettibile.
Insomma, ci sono tanti motivi d'interesse e l'augurio è che si possa sfruttare il momento congiunturale non negativo e il rientro in campo della FIOM a recitare una parte di prim'ordine.
Seguiranno aggiornamenti.
sabato 4 luglio 2015
La Grecia del referendum e questa Europa non dei Popoli ma contro i Popoli.
Domani c'è il referendum greco: per scegliere se restare nel sistema-Europa con la sua politica di austerità richiesta in particolare a partner evidentemente considerati di "serie B", oppure per scegliere di non rinunciare alla propria sovranità uscendo dal sistema.
Detta così, la scelta potrebbe sembrare ovvia: no. Ma naturalmente così non sarà, indipendentemente da quello che sarà l'esito si tratterà di un no in tanti casi doloroso.
Perché doloroso?
Noi crediamo soprattutto per il rammarico di dire no oggi ad un qualcosa cui ieri si credeva.
Un qualcosa che oggi non esiste.
Perchè le solite politiche fatte di giochi di potere, i soliti scenari di forte che cerca di assoggettare il più debole, di chi usa il proprio strapotere per terrorizzare chi non ha i mezzi per essere alla pari, di chi ha concepito la cosa solo ed unicamente per salvaguardare il sistema bancario e le multinazionali....tutte cose che messe insieme hanno demolito la credibilità di un progetto di Europa dei Popoli, di un Europa che garantisce maggiore benessere per tutti, di una Europa con una ricchezza distribuita più equamente e di una Europa che si pone verso gli Stati Uniti non diciamo alla pari ma quantomeno con una maggiore autonomia e fierezza....cose, queste, cui il sistema-Europa dovrebbe ambire.
Tutte cose che sono state demolite dall'evidenza dei fatti. La realtà immutabile è che anche quando si parla degli Stati membri, ognuno fa i propri egoistici interessi. I forti cercano di consolidare la propria posizione, i deboli vengono messi in un angolo e tacciati di irresponsabilità e di paese del Bengodi. Quelli che stanno in mezzo non lesinano di esercitare un placido opportunismo e un senso dell'opportunità che li spinge a schierarsi dalla parte dei forti per poter ottenere il vantaggino (personale) al momento opportuno.
Se questo grossomodo è il terreno sul quale si sta camminando, crediamo che non sia questa l'Europa in cui i Popoli vogliono stare.
Perché se esiste un governo legittimamente eletto da un popolo che non intenda tagliare le spese per la sanità, per stipendi e pensioni, per scuole e che vuole costruire il suo welfare, questo governo non deve sentirsi costretto a non fare queste politiche perché è pressato dai diktat di un'Europa che sta sempre a batter cassa.
Perché non è ammissibile che, di fronte all'emergenza sbarchi, ci sia una totale latitanza delle istituzioni europee a questo riguardo.
Perché non è ammissibile che qualche mister 10 lauree che è il portavoce di interessi delle multinazionali alimentari dica che il formaggio bisogna farlo dal latte in polvere: questa sarebbe la morte dei prodotti tipici che in Italia (e non solo) ci rendono fieri e che ci deliziano il palato. Questa è una concezione del cibo su scala esclusivamente industriale che fa semplicemente inorridire.
Perché non è ammissibile che, se in Italia non esiste più il servizio militare obbligatorio, un domani i nostri figli debbano essere costretti ad indossare una divisa di un esercito europeo e finiscano chissà dove a combattere le solite sporche guerre.
Perché non è ammissibile che i contratti nazionali di lavoro italiani, oggi magari vituperati ma per i quali in passato tanta gente ha combattuto tante battaglie ottenendo qualche buon diritto per i lavoratori, vengano sostituiti un domani da contratti globali europei dove i salari verranno inevitabilmente corretti al ribasso.
Perché, teniamo sempre ben in mente questo, se esiste un debito questo debito non è stato contratto dagli operai greci o italiani o spagnoli o irlandesi.
I lavoratori non devono soldi a nessuno.
I debiti li hanno creati i governi.
Allora, se questi stessi governi tengono tanto a restare nel sistema-Europa, che siano loro stessi a farsi carico di questi debiti.
Che adottino misure volte a eliminare i loro vitalizi invece che a ridurre stipendi e pensioni e aumentare le tasse ai contribuenti.
Che non siano disposti a chiedere ai Popoli sacrifici che loro stessi non sono disposti a fare.
Crediamo che il governo greco abbia dato oggi prova di coraggio, maturità e concezione di ideale democratico.
Per essersi opposto ai diktat provenienti da Bruxelles e per avere coinvolto tutto il popolo promuovendo un referendum così importante.
Il messaggio, bellissimo, è: "decidiamo tutti insieme".
Bellissimo perché è così che un popolo si sente importante e ha voglia di rimboccarsi le maniche, comunque vada.
Domani in Grecia si vota: che vinca il si o che vinca il no tutti dovremmo tifare il bene della Grecia e qualcuno dovrebbe trarne un insegnamento.
Qualcuno dovrebbe smettere di ragionare sempre e solo secondo la logica del denaro e degli interessi personali.
Perché una Europa così, divisa in ricchi, galoppini e pezzenti, la vogliono solo loro.
Non noi.
Detta così, la scelta potrebbe sembrare ovvia: no. Ma naturalmente così non sarà, indipendentemente da quello che sarà l'esito si tratterà di un no in tanti casi doloroso.
Perché doloroso?
Noi crediamo soprattutto per il rammarico di dire no oggi ad un qualcosa cui ieri si credeva.
Un qualcosa che oggi non esiste.
Perchè le solite politiche fatte di giochi di potere, i soliti scenari di forte che cerca di assoggettare il più debole, di chi usa il proprio strapotere per terrorizzare chi non ha i mezzi per essere alla pari, di chi ha concepito la cosa solo ed unicamente per salvaguardare il sistema bancario e le multinazionali....tutte cose che messe insieme hanno demolito la credibilità di un progetto di Europa dei Popoli, di un Europa che garantisce maggiore benessere per tutti, di una Europa con una ricchezza distribuita più equamente e di una Europa che si pone verso gli Stati Uniti non diciamo alla pari ma quantomeno con una maggiore autonomia e fierezza....cose, queste, cui il sistema-Europa dovrebbe ambire.
Tutte cose che sono state demolite dall'evidenza dei fatti. La realtà immutabile è che anche quando si parla degli Stati membri, ognuno fa i propri egoistici interessi. I forti cercano di consolidare la propria posizione, i deboli vengono messi in un angolo e tacciati di irresponsabilità e di paese del Bengodi. Quelli che stanno in mezzo non lesinano di esercitare un placido opportunismo e un senso dell'opportunità che li spinge a schierarsi dalla parte dei forti per poter ottenere il vantaggino (personale) al momento opportuno.
Se questo grossomodo è il terreno sul quale si sta camminando, crediamo che non sia questa l'Europa in cui i Popoli vogliono stare.
Perché se esiste un governo legittimamente eletto da un popolo che non intenda tagliare le spese per la sanità, per stipendi e pensioni, per scuole e che vuole costruire il suo welfare, questo governo non deve sentirsi costretto a non fare queste politiche perché è pressato dai diktat di un'Europa che sta sempre a batter cassa.
Perché non è ammissibile che, di fronte all'emergenza sbarchi, ci sia una totale latitanza delle istituzioni europee a questo riguardo.
Perché non è ammissibile che qualche mister 10 lauree che è il portavoce di interessi delle multinazionali alimentari dica che il formaggio bisogna farlo dal latte in polvere: questa sarebbe la morte dei prodotti tipici che in Italia (e non solo) ci rendono fieri e che ci deliziano il palato. Questa è una concezione del cibo su scala esclusivamente industriale che fa semplicemente inorridire.
Perché non è ammissibile che, se in Italia non esiste più il servizio militare obbligatorio, un domani i nostri figli debbano essere costretti ad indossare una divisa di un esercito europeo e finiscano chissà dove a combattere le solite sporche guerre.
Perché non è ammissibile che i contratti nazionali di lavoro italiani, oggi magari vituperati ma per i quali in passato tanta gente ha combattuto tante battaglie ottenendo qualche buon diritto per i lavoratori, vengano sostituiti un domani da contratti globali europei dove i salari verranno inevitabilmente corretti al ribasso.
Perché, teniamo sempre ben in mente questo, se esiste un debito questo debito non è stato contratto dagli operai greci o italiani o spagnoli o irlandesi.
I lavoratori non devono soldi a nessuno.
I debiti li hanno creati i governi.
Allora, se questi stessi governi tengono tanto a restare nel sistema-Europa, che siano loro stessi a farsi carico di questi debiti.
Che adottino misure volte a eliminare i loro vitalizi invece che a ridurre stipendi e pensioni e aumentare le tasse ai contribuenti.
Che non siano disposti a chiedere ai Popoli sacrifici che loro stessi non sono disposti a fare.
Crediamo che il governo greco abbia dato oggi prova di coraggio, maturità e concezione di ideale democratico.
Per essersi opposto ai diktat provenienti da Bruxelles e per avere coinvolto tutto il popolo promuovendo un referendum così importante.
Il messaggio, bellissimo, è: "decidiamo tutti insieme".
Bellissimo perché è così che un popolo si sente importante e ha voglia di rimboccarsi le maniche, comunque vada.
Domani in Grecia si vota: che vinca il si o che vinca il no tutti dovremmo tifare il bene della Grecia e qualcuno dovrebbe trarne un insegnamento.
Qualcuno dovrebbe smettere di ragionare sempre e solo secondo la logica del denaro e degli interessi personali.
Perché una Europa così, divisa in ricchi, galoppini e pezzenti, la vogliono solo loro.
Non noi.
sabato 13 giugno 2015
Citazioni e Aforismi sul Lavoro
"Tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi"
C.Baudelaire
"Che cosa è lavoro? e che cosa non è lavoro? sono questioni che lasciano perplessi i più saggi fra gli uomini"
Bhagavadgita
"Ogni lavoro, anche filare il cotone, è nobile; il lavoro è l'unica cosa nobile"
T.Carlyle
"Felice colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità"
T.Carlyle
"Il lavoro non mi piace -non piace a nessuno- ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà -per se stesso, non per gli altri- ciò che nessun altro potrà mai conoscere"
J.Conrad
"La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali"
S.Freud
"Quel che fa felici gli uomini è amare ciò che devono fare. E' questo un principio su cui non è fondata la società"
C-A Helvétius
"Il lavoro intellettuale strappa l'uomo alla comunità umana. Il lavoro manuale, invece, conduce l'uomo verso gli uomini"
F.Kafka
"Se avete grandi doti, il lavoro non farà che migliorarle; se avete doti soltanto modeste, il lavoro rimedierà alle loro deficienze"
J.Reynolds
"E' troppo difficile pensare nobilmente quando si pensa soltanto a guadagnarsi da vivere"
J-J Rousseau
"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire
C.Baudelaire
"Che cosa è lavoro? e che cosa non è lavoro? sono questioni che lasciano perplessi i più saggi fra gli uomini"
Bhagavadgita
"Ogni lavoro, anche filare il cotone, è nobile; il lavoro è l'unica cosa nobile"
T.Carlyle
"Felice colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità"
T.Carlyle
"Il lavoro non mi piace -non piace a nessuno- ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà -per se stesso, non per gli altri- ciò che nessun altro potrà mai conoscere"
J.Conrad
"La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali"
S.Freud
"Quel che fa felici gli uomini è amare ciò che devono fare. E' questo un principio su cui non è fondata la società"
C-A Helvétius
"Il lavoro intellettuale strappa l'uomo alla comunità umana. Il lavoro manuale, invece, conduce l'uomo verso gli uomini"
F.Kafka
"Se avete grandi doti, il lavoro non farà che migliorarle; se avete doti soltanto modeste, il lavoro rimedierà alle loro deficienze"
J.Reynolds
"E' troppo difficile pensare nobilmente quando si pensa soltanto a guadagnarsi da vivere"
J-J Rousseau
"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire
venerdì 5 giugno 2015
L'organizzazione del lavoro.
Le modalità con cui l'attività lavorativa svolta da una persona o da un insieme di persone si combina adeguatamente con quella svolta da altri è la chiave che permette di ottenere risultati complessivamente efficaci. Questa è l'organizzazione del lavoro.
Ma riteniamo sia inutile stare ad elaborare tutte le teorie che sono dietro questa definizione: cose come struttura organizzativa, divisione del lavoro, programmazione e controllo delle attività, prestazioni dei lavoratori.
Su un posto di lavoro, sono sempre le persone a fare la differenza. Con le loro qualità umane, culturali e psicologiche.
E' chiaro che non può esserci una efficace organizzazione del lavoro quando ci sono delle questioni personali che sono un chiaro impedimento alla fluidità delle azioni del lavoro. Due persone che non si parlano possono andare a compromettere un meccanismo o un processo che necessita di un interazione tra loro per avere un soddisfacente esito.
Il principale problema dell'organizzazione del lavoro è questo: si possono dividere i compiti sulla carta, si possono distribuire le risorse umane disponibili, si possono individuare in maniera marcata le attività necessarie. Ma le prestazioni dei lavoratori dipendono dalla capacità di lavorare da squadra in maniera omogenea, senza nessuno che comprometta il risultato per scarso rendimento o per eccesso di zelo.
Per noi la combinazione perfetta è quella che può crearsi tra persone dotate di volontà e spirito di sacrificio e persone dalle eccellenti doti organizzative. Ma che tra loro si rispettano: consapevoli gli uni con gli altri delle proprie doti e dei propri difetti, ma uniti da una comune volontà finalizzata non alla cura di propri interessi personali ma all'efficienza e alla buona riuscita del lavoro.
Con questi presupposti i risultati sono certi.
Datori di lavoro, curate in prima persona la selezione del personale e siate cauti quanto basta nelle assunzioni. Evitate di assumere le cosiddette "lingue di miele"(di cui abbiamo parlato a parte) solo per soddisfare il vostro ego.
Pensate all'efficienza del lavoro.
Ma riteniamo sia inutile stare ad elaborare tutte le teorie che sono dietro questa definizione: cose come struttura organizzativa, divisione del lavoro, programmazione e controllo delle attività, prestazioni dei lavoratori.
Su un posto di lavoro, sono sempre le persone a fare la differenza. Con le loro qualità umane, culturali e psicologiche.
E' chiaro che non può esserci una efficace organizzazione del lavoro quando ci sono delle questioni personali che sono un chiaro impedimento alla fluidità delle azioni del lavoro. Due persone che non si parlano possono andare a compromettere un meccanismo o un processo che necessita di un interazione tra loro per avere un soddisfacente esito.
Il principale problema dell'organizzazione del lavoro è questo: si possono dividere i compiti sulla carta, si possono distribuire le risorse umane disponibili, si possono individuare in maniera marcata le attività necessarie. Ma le prestazioni dei lavoratori dipendono dalla capacità di lavorare da squadra in maniera omogenea, senza nessuno che comprometta il risultato per scarso rendimento o per eccesso di zelo.
Per noi la combinazione perfetta è quella che può crearsi tra persone dotate di volontà e spirito di sacrificio e persone dalle eccellenti doti organizzative. Ma che tra loro si rispettano: consapevoli gli uni con gli altri delle proprie doti e dei propri difetti, ma uniti da una comune volontà finalizzata non alla cura di propri interessi personali ma all'efficienza e alla buona riuscita del lavoro.
Con questi presupposti i risultati sono certi.
Datori di lavoro, curate in prima persona la selezione del personale e siate cauti quanto basta nelle assunzioni. Evitate di assumere le cosiddette "lingue di miele"(di cui abbiamo parlato a parte) solo per soddisfare il vostro ego.
Pensate all'efficienza del lavoro.
martedì 2 giugno 2015
L'ingiustizia della pressione fiscale / tributaria verso il contribuente italiano.
E' una realtà che ognuno di noi ha sotto gli occhi. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno.
La quota del reddito prelevato dallo Stato e dagli enti locali territoriali allo scopo di finanziare la spesa pubblica è altissima verso ogni contribuente.
Parliamo, ogni mese, di un 33-36% di uno stipendio di un lavoratore statale -ma soprattutto di un dipendente privato- che rientra indietro allo Stato.
Operazione questa che ha le forme di una enorme ingiustizia sociale, perpetrata ai danni dei figli legittimi dello Stato.
Si tratta anche di un clamoroso autogol commesso dallo Stato nei suoi confronti. Perché non servono le eccellenze economiste del mondo per capire che la crescita della pressione tributaria attraverso l'incremento delle aliquote ha dei limiti connessi agli effetti disincentivanti sull'attività economica e aumenta i tentativi di evasione, specialmente da parte di chi ha agio a muoversi in questo campo (e non sono certamente i lavoratori dipendenti).
Il primo enorme paradosso è questo: il rilancio dei consumi, possibile solo se il lavoratore non è oppresso in maniera tale da dover dimenticare un minimo di benessere personale, consentirebbe allo Stato di recuperare l'IVA da ogni acquisto. In altre parole, diminuendo la pressione fiscale lo Stato non perderebbe comunque i soldi. Anzi. Ci sarebbe solo più benessere, più lavoro e più soldi per tutti.
L'altro enorme paradosso è creato dai destinatari dell'ingiustizia sociale perpetrata.
Perché costoro non sono quelli che si muovono nel mondo del lavoro a colpi di intrallazzi, corruzione e evasione fiscale.
No.
I destinatari sono proprio le persone che vivono o cercano di vivere nella legalità. Quelli che sono sempre in pena per i conti da pagare. Quelli che antepongono il saldare un debito al comprarsi la televisione nuova. Quelli che prendono sul serio la scadenza di una bolletta. Quelli che pagano prontamente le imposte comunali. Quelli che si fanno fare la fattura dall'idraulico o dal meccanico, e quindi pagano l'IVA. Quelli che hanno una coscienza civica che non permette loro di vivere diversamente. Quelli che, in poche parole, finora hanno permesso che tutto il sistema non andasse al collasso e che lo stato ringrazierà facendoli lavorare fino a quando avranno una lunga barba bianca e magari qualche rotella fuori posto.
Pagandogli una miseria di pensione per gli anni che restano loro.
Come tollerare tutto questo, vedendo poi che con un paio di gettoni di presenze in Parlamento c'è chi si è costruito dei vitalizi e chi ha fatto una legislatura è diventato milionario?
Pensione da governatore regionale, pensione da parlamentare, vitalizio. Questo è il "trio" che accompagna costantemente gli "eletti".
Quale stato democratico può avallare l'esercizio di un apparato antisociale del genere dove vengono richiesti al popolo dei sacrifici che i governanti non sono neanche lontanamente disposti a fare?
Quante altre persone messe in ginocchio e quanti altri suicidi di disperazione dovremo tollerare prima di avere un governo del Popolo, per il Popolo e al servizio del Popolo?
Il Popolo Italiano deve dire basta. Deve ribellarsi. Deve dare vita ad un grande movimento popolare che con la forza delle idee e con una vera volontà di giustizia sociale possa legittimamante esautorare tutti i dinosauri della politica e i manager che hanno aperto voragini di debiti per curare i loro interessi personali.
La quota del reddito prelevato dallo Stato e dagli enti locali territoriali allo scopo di finanziare la spesa pubblica è altissima verso ogni contribuente.
Parliamo, ogni mese, di un 33-36% di uno stipendio di un lavoratore statale -ma soprattutto di un dipendente privato- che rientra indietro allo Stato.
Operazione questa che ha le forme di una enorme ingiustizia sociale, perpetrata ai danni dei figli legittimi dello Stato.
Si tratta anche di un clamoroso autogol commesso dallo Stato nei suoi confronti. Perché non servono le eccellenze economiste del mondo per capire che la crescita della pressione tributaria attraverso l'incremento delle aliquote ha dei limiti connessi agli effetti disincentivanti sull'attività economica e aumenta i tentativi di evasione, specialmente da parte di chi ha agio a muoversi in questo campo (e non sono certamente i lavoratori dipendenti).
Il primo enorme paradosso è questo: il rilancio dei consumi, possibile solo se il lavoratore non è oppresso in maniera tale da dover dimenticare un minimo di benessere personale, consentirebbe allo Stato di recuperare l'IVA da ogni acquisto. In altre parole, diminuendo la pressione fiscale lo Stato non perderebbe comunque i soldi. Anzi. Ci sarebbe solo più benessere, più lavoro e più soldi per tutti.
L'altro enorme paradosso è creato dai destinatari dell'ingiustizia sociale perpetrata.
Perché costoro non sono quelli che si muovono nel mondo del lavoro a colpi di intrallazzi, corruzione e evasione fiscale.
No.
I destinatari sono proprio le persone che vivono o cercano di vivere nella legalità. Quelli che sono sempre in pena per i conti da pagare. Quelli che antepongono il saldare un debito al comprarsi la televisione nuova. Quelli che prendono sul serio la scadenza di una bolletta. Quelli che pagano prontamente le imposte comunali. Quelli che si fanno fare la fattura dall'idraulico o dal meccanico, e quindi pagano l'IVA. Quelli che hanno una coscienza civica che non permette loro di vivere diversamente. Quelli che, in poche parole, finora hanno permesso che tutto il sistema non andasse al collasso e che lo stato ringrazierà facendoli lavorare fino a quando avranno una lunga barba bianca e magari qualche rotella fuori posto.
Pagandogli una miseria di pensione per gli anni che restano loro.
Come tollerare tutto questo, vedendo poi che con un paio di gettoni di presenze in Parlamento c'è chi si è costruito dei vitalizi e chi ha fatto una legislatura è diventato milionario?
Pensione da governatore regionale, pensione da parlamentare, vitalizio. Questo è il "trio" che accompagna costantemente gli "eletti".
Quale stato democratico può avallare l'esercizio di un apparato antisociale del genere dove vengono richiesti al popolo dei sacrifici che i governanti non sono neanche lontanamente disposti a fare?
Quante altre persone messe in ginocchio e quanti altri suicidi di disperazione dovremo tollerare prima di avere un governo del Popolo, per il Popolo e al servizio del Popolo?
Il Popolo Italiano deve dire basta. Deve ribellarsi. Deve dare vita ad un grande movimento popolare che con la forza delle idee e con una vera volontà di giustizia sociale possa legittimamante esautorare tutti i dinosauri della politica e i manager che hanno aperto voragini di debiti per curare i loro interessi personali.
sabato 11 aprile 2015
Sul lavoro offendersi è facile, farsi qualche domanda un pò meno.
Argomento interessante questo.
Cosa si intende dire? E' un qualcosa che ha a che fare con le caratteristiche personali delle persone.
Rincresce dirlo, ma è sempre più facile trovare persone che sul lavoro si offendono che quelle che si fanno invece qualche domanda a seguito di un dato comportamento che un collega ha tenuto con loro.
Esempio pratico.
Tale giorno, x contatta y chiedendo una lecita informazione su una pratica gestita da y in maniera che sembra essere non proprio impeccabile.
La risposta è evasiva, e senza alcuna assunzione di responsabilità. Con una postura nettamente in posizione difensiva, nonostante le domande non siano state poste in modo provocatorio.
Questa superficialità sembra proseguire anche nei giorni successivi, dato che non ci sono nemmeno delle "indagini" condotte da y per conto proprio per fare ulteriore luce sulla cosa. Il problema viene semplicemente accantonato sperando finisca nel dimenticatoio.
Quando invece il problema va avanti , comincia a diventare un "cancro" e finisce nella scrivania della Direzione, y viene convocato. E gli vengono impartiti dei perentori ordini per le azioni prossime da intraprendere.
A questo punto y è interessatissimo all'argomento. O almeno lo è per il tempo necessario ad alimentare quel futile fuoco di paglia obbligato dai capi.
E y cosa fa? Va da x per parlare proprio di quelle informazioni che x andava cercando in tempi non sospetti....di quelle cose che x disse ma che entrarono da un orecchio di y e uscirono dall'altro.
Quindi, a questo punto x è proprio incazzato. E tratta duramente il collega. Ovviamente senza parolacce e insulti, niente di personale quindi, ma duramente. Perché è persona tutta d'un pezzo e non gli va di essere lui ora a sentire discorsi ipocriti che nascono unicamente dalla pressione messa a y dalla direzione.
Quindi, y si offende.
Offendersi è un lusso che y non si può permettere, e forse a questo punto lo sa anche lui. Chissà. Ma offendersi a questo punto ha una convenienza. Permette di additare x come scontroso, di richiamare l'attenzione sul "caratteraccio" di x per spostarsi dalla vera essenza del problema. Nel patetico tentativo di passare dal torto alla ragione.
Offendersi conviene....
Per tentare di essere coerente, y terrà per un po' di tempo (la durata è variabile) il muso a x.
Dimenticando con estrema facilità che x ha detto delle cose a muso duro, si, ma al diretto interessato e solo al diretto interessato.
Non ha fatto il sorriso da cavallo e poi è andato dai superiori per raccontare le "malefatte" di y alle sue spalle.
Per questi motivi, x potrà comunque guardare y in faccia. Sempre, in tutte le occasioni future.
Comportamenti come questi sono quasi prassi quotidiana nei posti di lavoro con tante teste.
Ma per conto nostro, noi vorremmo sempre essere x. Sempre. Anche sapendo che questo ci costerà tante "simpatie".
E anche sapendo di appartenere ad una minoranza.
Cosa si intende dire? E' un qualcosa che ha a che fare con le caratteristiche personali delle persone.
Rincresce dirlo, ma è sempre più facile trovare persone che sul lavoro si offendono che quelle che si fanno invece qualche domanda a seguito di un dato comportamento che un collega ha tenuto con loro.
Esempio pratico.
Tale giorno, x contatta y chiedendo una lecita informazione su una pratica gestita da y in maniera che sembra essere non proprio impeccabile.
La risposta è evasiva, e senza alcuna assunzione di responsabilità. Con una postura nettamente in posizione difensiva, nonostante le domande non siano state poste in modo provocatorio.
Questa superficialità sembra proseguire anche nei giorni successivi, dato che non ci sono nemmeno delle "indagini" condotte da y per conto proprio per fare ulteriore luce sulla cosa. Il problema viene semplicemente accantonato sperando finisca nel dimenticatoio.
Quando invece il problema va avanti , comincia a diventare un "cancro" e finisce nella scrivania della Direzione, y viene convocato. E gli vengono impartiti dei perentori ordini per le azioni prossime da intraprendere.
A questo punto y è interessatissimo all'argomento. O almeno lo è per il tempo necessario ad alimentare quel futile fuoco di paglia obbligato dai capi.
E y cosa fa? Va da x per parlare proprio di quelle informazioni che x andava cercando in tempi non sospetti....di quelle cose che x disse ma che entrarono da un orecchio di y e uscirono dall'altro.
Quindi, a questo punto x è proprio incazzato. E tratta duramente il collega. Ovviamente senza parolacce e insulti, niente di personale quindi, ma duramente. Perché è persona tutta d'un pezzo e non gli va di essere lui ora a sentire discorsi ipocriti che nascono unicamente dalla pressione messa a y dalla direzione.
Quindi, y si offende.
Offendersi è un lusso che y non si può permettere, e forse a questo punto lo sa anche lui. Chissà. Ma offendersi a questo punto ha una convenienza. Permette di additare x come scontroso, di richiamare l'attenzione sul "caratteraccio" di x per spostarsi dalla vera essenza del problema. Nel patetico tentativo di passare dal torto alla ragione.
Offendersi conviene....
Per tentare di essere coerente, y terrà per un po' di tempo (la durata è variabile) il muso a x.
Dimenticando con estrema facilità che x ha detto delle cose a muso duro, si, ma al diretto interessato e solo al diretto interessato.
Non ha fatto il sorriso da cavallo e poi è andato dai superiori per raccontare le "malefatte" di y alle sue spalle.
Per questi motivi, x potrà comunque guardare y in faccia. Sempre, in tutte le occasioni future.
Comportamenti come questi sono quasi prassi quotidiana nei posti di lavoro con tante teste.
Ma per conto nostro, noi vorremmo sempre essere x. Sempre. Anche sapendo che questo ci costerà tante "simpatie".
E anche sapendo di appartenere ad una minoranza.
domenica 1 marzo 2015
In disgrazia con il proprio principale? Segnali.....
E' la cosa che nessuno si augura. Ma succede.
Si può andare in disgrazia con il principale per un motivo repentino o per un lento concatenarsi di eventi che fanno maturare la "crisi".
Una flessione di rendimento sul lavoro, vera o presunta. Una non-funzionalità o non-efficienza vera o presunta che ci viene riconosciuta nel gestire situazioni lavorative. Una nostra frase o atteggiamento infelice che resta impresso agli occhi di chi conta e ci fa entrare in una sorta di "black list". Ci sono mille e mille motivi e situazioni, e sono intimamente legati con le convinzioni del nostro principale, con cosa a lui dà fastidio. Con il suo carattere, insomma. E in quel momento noi diventiamo proprio "il fastidio" fatto persona che si materializza davanti ai suoi occhi. E ci fa diventare dei facili bersagli.
I modi in cui ci viene dimostrato? Sono tanti, e spesso subdoli. Ci rendiamo conto di venire "beccati", "pizzicati" per motivi futili, per cose che magari vediamo fare da altri tutti i giorni. Veniamo fatti richiamare per un abbigliamento non consono, per la nostra firma e-mail ritenuta troppo eccentrica, per una pratica lavorativa che abbiamo tenuto da parte per un giorno, per aver navigato 5 minuti su internet.
Finiamo sotto la lente. Siamo andati in disgrazia con il nostro principale e ogni occasione è buona per cercare di risvegliare in noi sensi di colpa, farci sentire inadeguati e inopportuni.
E se sul lavoro abbiamo dei "nemici" vicini al principale? Un bel problema: non si lasceranno sfuggire l'occasione per affossarci ancora di più, facendo aumentare la diffidenza del capo nei nostri confronti.
Modi per venirne fuori? Potrebbero non esserci. Potrebbe già essere tutto deciso.
Se invece così non è, un atteggiamento dignitoso e risoluto aiuta. Sicuramente è preferibile un basso profilo, che aiuta a uscire dal "cono di luce" in cui siamo finiti.
Si può andare in disgrazia con il principale per un motivo repentino o per un lento concatenarsi di eventi che fanno maturare la "crisi".
Una flessione di rendimento sul lavoro, vera o presunta. Una non-funzionalità o non-efficienza vera o presunta che ci viene riconosciuta nel gestire situazioni lavorative. Una nostra frase o atteggiamento infelice che resta impresso agli occhi di chi conta e ci fa entrare in una sorta di "black list". Ci sono mille e mille motivi e situazioni, e sono intimamente legati con le convinzioni del nostro principale, con cosa a lui dà fastidio. Con il suo carattere, insomma. E in quel momento noi diventiamo proprio "il fastidio" fatto persona che si materializza davanti ai suoi occhi. E ci fa diventare dei facili bersagli.
I modi in cui ci viene dimostrato? Sono tanti, e spesso subdoli. Ci rendiamo conto di venire "beccati", "pizzicati" per motivi futili, per cose che magari vediamo fare da altri tutti i giorni. Veniamo fatti richiamare per un abbigliamento non consono, per la nostra firma e-mail ritenuta troppo eccentrica, per una pratica lavorativa che abbiamo tenuto da parte per un giorno, per aver navigato 5 minuti su internet.
Finiamo sotto la lente. Siamo andati in disgrazia con il nostro principale e ogni occasione è buona per cercare di risvegliare in noi sensi di colpa, farci sentire inadeguati e inopportuni.
E se sul lavoro abbiamo dei "nemici" vicini al principale? Un bel problema: non si lasceranno sfuggire l'occasione per affossarci ancora di più, facendo aumentare la diffidenza del capo nei nostri confronti.
Modi per venirne fuori? Potrebbero non esserci. Potrebbe già essere tutto deciso.
Se invece così non è, un atteggiamento dignitoso e risoluto aiuta. Sicuramente è preferibile un basso profilo, che aiuta a uscire dal "cono di luce" in cui siamo finiti.
domenica 8 febbraio 2015
Socialità e leadership del lavoro.
L'attività lavorativa è eminentemente sociale in quanto pone gli uomini in rapporto tra loro.
Questo rapporto che si crea è condizionante per tutto il sistema, nel bene e nel male.
Nascono quindi le leadership, per doti naturali o per posizione sociale.
La leadership è l'autorità dell'individuo che assume il ruolo di capo grazie al fatto che le sue decisioni e idee, i suoi comportamenti e atteggiamenti, influenzano in modo notevole i componenti della collettività considerata.
Questo vi fa pensare al Vostro capoufficio? Chissà quanti si metteranno a ridere...le eccezioni ci sono, ma certo non è cosa scontata vedere persona davvero carismatica in questi panni.
Togliamo dal discorso i datori di lavoro: riconosciamo loro un carisma, piccolo o grande che sia, perché senza questo davvero non si capirebbe come possono gestire una società.
Puntiamo la nostra attenzione su un capoufficio o un caporeparto. Pensiamo al nostro. In tanti casi non possiamo non pensare, visto il suo comportamento, che egli occupi la sua posizione non tanto per carisma o particolari competenze ma per il suo essere funzionale alle esigenze del datore di lavoro che forse preferisce avere dei responsabili che sono unicamente degli esecutori delle sue volontà e non delle persone con cui egli vuole confrontarsi e discutere.
Questo dimostra che una leadership non può essere ridotta ad un fatto di "ascendente personale" che metterebbe la persona in grado di esercitare un'influenza in ogni circostanza, posizione e ruolo sociale; né a un fatto del tutto casuale, accidentale e imprevedibile. Nel senso che la leadership dipende sempre, nelle sue manifestazioni, da particolari situazioni che si vengono a determinare in una collettività.
Più comune, quindi, riconoscere ai nostri diretti superiori una leadership puramente istituzionale: una leadership di routine, che interpreta rigidamente il suo ruolo secondo le modalità collaudate e secondo i limiti imposti dall'istituzione; decisamente più raro riconoscere un leader precursore o innovatore, orientato a ridefinire in modo anche radicale il suo ruolo all'interno dell'istituzione.
Certamente una leadership di tipo carismatico risulta essere, nei casi estremi, accentratrice e portata alla spersonalizzazione dei subalterni; al contrario una leadership puramente formale aumenta l'autoresponsabilità e può creare delle nicchie che, pur senza influire nella politica societaria, tendono ad operare in autonomia.
Questo rapporto che si crea è condizionante per tutto il sistema, nel bene e nel male.
Nascono quindi le leadership, per doti naturali o per posizione sociale.
La leadership è l'autorità dell'individuo che assume il ruolo di capo grazie al fatto che le sue decisioni e idee, i suoi comportamenti e atteggiamenti, influenzano in modo notevole i componenti della collettività considerata.
Questo vi fa pensare al Vostro capoufficio? Chissà quanti si metteranno a ridere...le eccezioni ci sono, ma certo non è cosa scontata vedere persona davvero carismatica in questi panni.
Togliamo dal discorso i datori di lavoro: riconosciamo loro un carisma, piccolo o grande che sia, perché senza questo davvero non si capirebbe come possono gestire una società.
Puntiamo la nostra attenzione su un capoufficio o un caporeparto. Pensiamo al nostro. In tanti casi non possiamo non pensare, visto il suo comportamento, che egli occupi la sua posizione non tanto per carisma o particolari competenze ma per il suo essere funzionale alle esigenze del datore di lavoro che forse preferisce avere dei responsabili che sono unicamente degli esecutori delle sue volontà e non delle persone con cui egli vuole confrontarsi e discutere.
Questo dimostra che una leadership non può essere ridotta ad un fatto di "ascendente personale" che metterebbe la persona in grado di esercitare un'influenza in ogni circostanza, posizione e ruolo sociale; né a un fatto del tutto casuale, accidentale e imprevedibile. Nel senso che la leadership dipende sempre, nelle sue manifestazioni, da particolari situazioni che si vengono a determinare in una collettività.
Più comune, quindi, riconoscere ai nostri diretti superiori una leadership puramente istituzionale: una leadership di routine, che interpreta rigidamente il suo ruolo secondo le modalità collaudate e secondo i limiti imposti dall'istituzione; decisamente più raro riconoscere un leader precursore o innovatore, orientato a ridefinire in modo anche radicale il suo ruolo all'interno dell'istituzione.
Certamente una leadership di tipo carismatico risulta essere, nei casi estremi, accentratrice e portata alla spersonalizzazione dei subalterni; al contrario una leadership puramente formale aumenta l'autoresponsabilità e può creare delle nicchie che, pur senza influire nella politica societaria, tendono ad operare in autonomia.
giovedì 1 gennaio 2015
I miei personali Auguri per il 2015.
Con questo post vorrei mettere assieme il miglior augurio possibile verso tutti per un 2015 prospero, senza separarlo da una presa di coscienza che secondo me è necessaria come impulso per un futuro non affidato alle circostanze ma fondato su quello che tutti noi possiamo fare concretamente.
Oggi inizia il 2015, quel che è fatto è fatto e ce lo siamo lasciati alle spalle.
Io anche lo scorso anno ho lavorato sempre e tanto, ringrazio il destino benevolo per questo. Ma non posso non pensare a tutte le persone altrettanto capaci ma meno fortunate e che vanno avanti in situazioni assurde o sotto il segno di una costante precarietà, o che hanno perso il lavoro e sono alla disperazione.
Recentemente ho avuto modo di passare qualche giorno in Austria il periodo di Natale. Sono stato molto colpito dal vedere una realtà fatta di luci, colori, profumi, calore e entusiasmo. E uno stile di vita semplice e rilassante, ma elevato. Un Paese con un reddito pro capite medio da 46.000 euro. Un Paese dove si vede che le cose funzionano a dovere. Una città, Innsbruck, che è un gioiello come efficienza dei trasporti e servizi.
Nessuna grossa sorpresa per questo: i miei trascorsi in Sud Tirolo mi suggerivano già molto bene situazioni come queste, ma certamente toccare con mano non può non fare riflettere e fare paragoni, per quanto antipatici possano essere, con la situazione ben diversa che campeggia nella maggior parte delle regioni Italiane.
Viviamo in un Paese senza futuro. Un Paese governato da personaggi che hanno contribuito alla crisi di Stato perseguendo i loro sporchi affari privati o facendo gli interessi delle lobby di potere che hanno dato loro la poltrona sulla quale indegnamente siedono. Un Paese dove la corruzione non si riesce (non si vuole) estirpare. Un Paese dove non c'è la certezza della pena per eversori e assassini. Un Paese dove l'informazione è manipolata. Un Paese dove l'istruzione è diventata un baraccone che sforna avvocati, architetti e ingegneri sempre più massa e sempre meno competenti, e nel contempo garantisce solamente uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile. Un Paese dove il rapporto debito / PIL continua a peggiorare, dove la produzione industriale è ferma e dove le imprese soffrono sempre più e chiudono una dopo l'altra.
Ripeto, personalmente ho sempre lavorato e quindi per me è cambiato poco. Nonostante la crisi e tutti i bla bla bla che ci girano intorno. Forse sono altri ad avere ancora più titolo per lamentarsi. Ma la realtà è che lavorando 40 ore settimanali e con un mutuo da pagare, non è assolutamente possibile stare a galla (parlo di stipendi da comuni mortali, beninteso): solo gli extra ti possono permettere di non affondare. E in ogni caso una domanda è giusto porsela: se domani malauguratamente il lavoro va perso, quante possibilità si hanno di trovarne uno nuovo equivalente e in breve tempo?
Scarse.
In questa situazione, credo sia giusto spostarsi verso lidi più favorevoli piuttosto che stare anni a tergiversare per poi trovarsi in mano un lavoretto da 4 soldi e vedersi trattare al ribasso il proprio stipendio. Avere il coraggio di andare anche all'estero. Come già stanno facendo i ragazzi migliori, perché i migliori l'Italia li sta già perdendo da tempo: stanno andando tutti all'estero, alla ricerca di quelle opportunità che in Italia sono ormai negate.
In questa Italia, infarcita di "italiani" che di Italiano non hanno nulla, non ci si riconosce quasi più. Un Paese che ha dato i natali a grandissimi scienziati, artisti, gente che in tutto il mondo ha fatto storia. Un Paese che ha regalato l'arte più splendida. Un Paese dove ogni regione offre prelibatezze gastronomiche. Un Paese che ha incarnato "La Dolce Vita" anche in realtà fatte di lavoro duro. Ma che oggi è avvitato su se stesso e che non crolla di schianto per il solo fatto di poggiare sulla schiena di chi lavora e paga le tasse anche per tutti coloro che non lo fanno.
Nonostante tutto, auguro con tutto il cuore e in particolare a ogni singola persona che ha avuto la pazienza di leggere questo articolo arrivando sino a qui, un 2015 prospero di idee e iniziative coraggiose, perché di questo c'è bisogno. Qualche buon risultato dovrà pur arrivare.
Non perdiamo tempo interessandoci al cinematografo della politica italiana: pensiamo solo a quello che noi possiamo fare, a come possiamo rendere bella la nostra vita e quella di chi ci circonda, con passione, entusiasmo e umiltà. Poco importa dove: l'importante è tenere il nostro destino nelle nostre mani, mettere tutto il nostro che possiamo per cambiare in positivo lo stato delle cose !
Oggi inizia il 2015, quel che è fatto è fatto e ce lo siamo lasciati alle spalle.
Io anche lo scorso anno ho lavorato sempre e tanto, ringrazio il destino benevolo per questo. Ma non posso non pensare a tutte le persone altrettanto capaci ma meno fortunate e che vanno avanti in situazioni assurde o sotto il segno di una costante precarietà, o che hanno perso il lavoro e sono alla disperazione.
Recentemente ho avuto modo di passare qualche giorno in Austria il periodo di Natale. Sono stato molto colpito dal vedere una realtà fatta di luci, colori, profumi, calore e entusiasmo. E uno stile di vita semplice e rilassante, ma elevato. Un Paese con un reddito pro capite medio da 46.000 euro. Un Paese dove si vede che le cose funzionano a dovere. Una città, Innsbruck, che è un gioiello come efficienza dei trasporti e servizi.
Nessuna grossa sorpresa per questo: i miei trascorsi in Sud Tirolo mi suggerivano già molto bene situazioni come queste, ma certamente toccare con mano non può non fare riflettere e fare paragoni, per quanto antipatici possano essere, con la situazione ben diversa che campeggia nella maggior parte delle regioni Italiane.
Viviamo in un Paese senza futuro. Un Paese governato da personaggi che hanno contribuito alla crisi di Stato perseguendo i loro sporchi affari privati o facendo gli interessi delle lobby di potere che hanno dato loro la poltrona sulla quale indegnamente siedono. Un Paese dove la corruzione non si riesce (non si vuole) estirpare. Un Paese dove non c'è la certezza della pena per eversori e assassini. Un Paese dove l'informazione è manipolata. Un Paese dove l'istruzione è diventata un baraccone che sforna avvocati, architetti e ingegneri sempre più massa e sempre meno competenti, e nel contempo garantisce solamente uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile. Un Paese dove il rapporto debito / PIL continua a peggiorare, dove la produzione industriale è ferma e dove le imprese soffrono sempre più e chiudono una dopo l'altra.
Ripeto, personalmente ho sempre lavorato e quindi per me è cambiato poco. Nonostante la crisi e tutti i bla bla bla che ci girano intorno. Forse sono altri ad avere ancora più titolo per lamentarsi. Ma la realtà è che lavorando 40 ore settimanali e con un mutuo da pagare, non è assolutamente possibile stare a galla (parlo di stipendi da comuni mortali, beninteso): solo gli extra ti possono permettere di non affondare. E in ogni caso una domanda è giusto porsela: se domani malauguratamente il lavoro va perso, quante possibilità si hanno di trovarne uno nuovo equivalente e in breve tempo?
Scarse.
In questa situazione, credo sia giusto spostarsi verso lidi più favorevoli piuttosto che stare anni a tergiversare per poi trovarsi in mano un lavoretto da 4 soldi e vedersi trattare al ribasso il proprio stipendio. Avere il coraggio di andare anche all'estero. Come già stanno facendo i ragazzi migliori, perché i migliori l'Italia li sta già perdendo da tempo: stanno andando tutti all'estero, alla ricerca di quelle opportunità che in Italia sono ormai negate.
In questa Italia, infarcita di "italiani" che di Italiano non hanno nulla, non ci si riconosce quasi più. Un Paese che ha dato i natali a grandissimi scienziati, artisti, gente che in tutto il mondo ha fatto storia. Un Paese che ha regalato l'arte più splendida. Un Paese dove ogni regione offre prelibatezze gastronomiche. Un Paese che ha incarnato "La Dolce Vita" anche in realtà fatte di lavoro duro. Ma che oggi è avvitato su se stesso e che non crolla di schianto per il solo fatto di poggiare sulla schiena di chi lavora e paga le tasse anche per tutti coloro che non lo fanno.
Nonostante tutto, auguro con tutto il cuore e in particolare a ogni singola persona che ha avuto la pazienza di leggere questo articolo arrivando sino a qui, un 2015 prospero di idee e iniziative coraggiose, perché di questo c'è bisogno. Qualche buon risultato dovrà pur arrivare.
Non perdiamo tempo interessandoci al cinematografo della politica italiana: pensiamo solo a quello che noi possiamo fare, a come possiamo rendere bella la nostra vita e quella di chi ci circonda, con passione, entusiasmo e umiltà. Poco importa dove: l'importante è tenere il nostro destino nelle nostre mani, mettere tutto il nostro che possiamo per cambiare in positivo lo stato delle cose !
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