AyBoll

giovedì 4 dicembre 2014

Lavoro e Istruzione

In un Paese l’istruzione è importante. Fondamentale. Non deve esistere per soddisfare l’ego delle persone, ma deve avere una utilità precisa all’interno della società.

Le persone istruite sono persone molto più difficilmente abbindolabili delle persone ignoranti. Per un governo è facile assoggettare ai propri voleri persone ignoranti: molto più difficile è fare la stessa cosa con persone istruite.

Questa è quella che dovrebbe essere una delle funzioni più importanti dell’istruzione: essere lo strumento che permette al popolo di esercitare la sovranità. Ma sul serio. Come dice la Costituzione.

Ma in Italia da tempo l’istruzione è concepita diversamente, proprio perché chi ci governa vuole avere la più debole opposizione possibile: quindi l'istruzione è fatta per spersonalizzare, per produrre massa. Il resto lo fanno televisioni  -imbottite di avanspettacolo trash-  e informazione  -così poco libera e così manipolata da costringere chi intuisce la messinscena a trovare per conto proprio altri canali di informazione.

Si permette a chi forse nemmeno lo meriterebbe di avere un titolo e un lavoro spesso per ragioni di opportunità politica, per riempire enti e organizzazioni inutili di gente che deve giustificare l’aver passato anni e anni a "studiare".
Oggi creano un ente e organizzazione, domani ne creeranno un’altra invece che tenere quelle che ci sono e contestare le loro inefficienze. E non parliamo degli enti che supervisionano gli enti: scatole cinesi, tutti che hanno fatto tutto e hanno controllato tutto, invece gli uni hanno fatto porcate e gli altri non si sono accorti di nulla.

L’Istruzione in Italia sembra concepita per creare dei futuri sudditi, e che sul lavoro non si prende mezza responsabilità non solo per il "di più", ma spesso nemmeno per il lavoro che ha svolto in prima persona. Gente laureata, gente che sul posto di lavoro dovrebbe essere un assoluto riferimento e che invece maledici ogni giorno per doverci avere a che fare.

Non è un caso se molti ormai emigrano all’estero: probabilmente sono i migliori, quelli a cui tutto ciò sta stretto. I pochi che possono essere un valore aggiunto se ne vanno. Questo è un fallimento.

L’istruzione, così come è concepita in Italia, serve davvero? Senza meritocrazia come si deve non avremo mai un paese serio. Io penso che le università debbano essere tutte a numero chiuso, perché debbono andarci solo i migliori o perlomeno quelli che hanno le più forti motivazioni. Non quelli de“l’esame ti conviene farlo più avanti... torna il prof più buono....” o quelli de “quella parte fai a meno di studiarla, non la chiede mai...”.

Perché già bisogna fare i conti con un fatto inequivocabile: i “mister 10 lauree” e i “cravattari” le rivoluzioni non le hanno mai fatte…..le hanno solo usate a loro vantaggio, questo si. Riempendosene la bocca al momento opportuno.
Ma le rivoluzioni dove è richiesto il sacrificio estremo le ha sempre combattute la povera gente, e le guerre assurde  -volute da chi ha studiato giorno e notte per capire come trarne profitto-   le hanno combattute in prima linea i poveracci……è sempre stato così.
Pertanto, se in un paese l’istruzione è pure concepita in modo sconclusionato e non plasma persone in gamba, allora diventa un lusso. Perché costa alle famiglie e perché allontana dai lavori manuali più di quanto sia necessario.

Io credo che decenni addietro chi studiava poteva effettivamente essere un valore aggiunto per la società: perché la scelta dello studiare era maggiormante interiore, mirata, consapevole e finalizzata al raggiungimento di un obiettivo: fare quel tipo di lavoro che ti piace e che quella laurea ti consente di fare, magari mettendosi in proprio. Fermo restando che per la prima cosa tanti hanno purtroppo dovuto rinunciare per difficoltà economiche della famiglia, gente magari meritevole. E fermo restando che per la seconda cosa non basta studiare: ci vogliono i giusti requisiti caratteriali e non tutti possono averli.

Oggi trovo che molto sia cambiato. Gli stimoli interiori sono sempre meno: prevale il senso dell’opportunità. Hai il genitore laureato e non ti puoi esimere dal seguirne la strada...non sai cosa altro fare e allora seguiti a studiare…non hai voglia di lavorare e quindi vai avanti a fare lo studente….

Il risultato è solo questo: profili professionali scadenti smistati nei posti di lavoro. Incompetenza. Incapacità. Mancanza di senso pratico.

C’è tanta gente che studia e studia e studia. Poi arriva nei posti di lavoro e parla, parla, parla…..ma quanta gente risolve veramente i problemi lavorativi quando si presentano, e quanta gente si espone nel prendere decisioni?

E’ questa la piaga: la qualità del lavoro sta diminuendo in modo spaventoso perché la qualità delle persone sta venendo sempre più a mancare.

La parola d’ordine per le nuove generazioni dovrebbe essere questa: raggiungere l’obiettivo minimo del diploma. Dopo di che, fare forse per la prima volta nella propria vita una scelta consapevole: se si hanno forti motivazioni interiori e voglia di studiare, continuare. Ma senza dimenticare che la strada, vedere come vive la gente e girare il mondo ti danno un tipo di laurea che una vita sui libri non ti può dare.

Se invece si ritiene di essere più proficui andando subito in campo, allora a lavorare! Con passione, grinta ed energia. Anche se inizialmente ci sta benissimo di non fare il lavoro della vita: ci vuole un tempo biologico per capire, e anche trovare ciò che si vuole non è facile.

L’importante è non stare a metà.
Prendersi il tempo per pensarci e dopo prendere una decisione.
O da una parte o dall’altra.
Senza vagare per anni senza fare ne l’una ne l’altra cosa.
Contribuire per dare subito al mondo del lavoro due valide braccia e un buon cervello, oppure procedere con gli studi con vero profitto e sapendo che un giorno sarà comunque il lavoro, il campo, che darà la misura del nostro valore.

lunedì 1 dicembre 2014

Lettera aperta: un dipendente si dimette motivando la decisione.

LETTERA APERTA DI UN DIPENDENTE DIMISSIONARIO: "me ne vado perchè....."

Pubblichiamo una ipotetica lettera, ma circostanziata, frutto di una serie di motivi di insoddisfazione che sono propri del dipendente che non accetta la spersonalizzazione.
L'azienda è una ipotetica XXX.

[...]
- Me ne vado, come prima ragione, perché le mie aspettative professionali sono state completamente disattese. Non ho fatto un solo corso di mio interesse in 10 anni. Non uno solo. Questo nonostante io non abbia mancato di segnalare di persona queste aspettative, ricevendo nulla altro che vaghe rassicurazioni.
Non ho mai avuto un’adeguata formazione in funzione delle stesse cose che mi vengono richieste.
Devo fare bene le procedure di prove di pressione. Va bene. Ma non ho praticamente mai visto fare un test.
Un bel giorno devo iniziare a fare le mappe della saldatura. Va bene. Ma nessuno mi dice come vanno fatte in modo corretto, il modo me lo invento io di sana pianta e sinceramente sono fiero di ciò che ho fatto da solo con la mia ignoranza.
Devo partecipare ai meeting. Va bene. Ma sfortunatamente l’inglese non ho avuto l’opportunità di studiarlo né alle scuole medie né alle scuole superiori. Il poco che so, lo so per mio conto. Mi arrangio, certo. Ma sono mai stato messo nella condizione di migliorare, dato che ai meeting devo partecipare?

- Me ne vado perché le cose sono a mio avviso ormai degenerate al punto che si pensa di fare le cose solamente avendo le spalle coperte da un ordine superiore o addirittura un input ricevuto da un pari collega.
Per fortuna ci sono anche tante persone che accettano al 100% almeno le proprie responsabilità e qualche cosa in più, se così non fosse l’XXX non potrebbe andare avanti.
Il punto è proprio questo: i pochi si dannano l’anima non solo per il loro lavoro, ma anche per tappare i buchi e gli scompensi che vengono inevitabilmente creati.
A chi viene chiesto conto di tutto? Sempre ai pochi…..gli altri vengono lasciati stare.


- Me ne vado perché le commesse sulle quali si deve lavorare sono promosse considerando solo gli aspetti commerciali e non le difficoltà tecniche che insorgono per fare quanto richiesto. Le commesse sono spesso zeppe di dati incompleti o vistosamente sbagliati, comprese quelle composte da 1 solo item. L’errore (non patologico) ci può sempre stare ed è giustificabile, ma quando viene chiesto conto alle persone responsabili di errori patologici, l’atteggiamento è sempre quello bambinesco che consiste nel fare gli offesi e i risentiti nel patetico tentativo di passare dal torto lavorativo alla ragione morale.

- Me ne vado perché in XXX c’è chi ha creato (e consolidato negli anni) un sistema di totale asservimento alla sua persona, sistema nei confronti del quale io sono ben fiero non solo di esserne sempre stato estraneo, ma anche di averlo contestato violentemente in più di un’occasione.
Un sistema che ha spinto le persone sottoposte ad essere delle cieche   -in certi casi quasi fanatiche-   esecutrici di una volontà “superiore”. Che ha creato persone che lavorano non secondo una propria coscienza ma secondo una coscienza “superiore” altrui. Che ha creato, invece che dei buoni impiegati, dei cortigiani, dei lacchè e delle infioratrici.
Un sistema che ha messo i colleghi gli uni contro gli altri, facendo perdere loro il rispetto per se stessi e spingendo alle dimissioni le persone valide che non si sono piegate all’arroganza e ai toni intimidatori.
Un sistema che ha messo in piedi una sorta di aula di tribunale munita di accusa, testimoni dell’accusa e difesa (ma senza mai testimoni della difesa). Con un modo di caricare i toni, fosse la persona esente o non esente da colpe, paragonabile a quello della Santa Inquisizione medioevale.
Un sistema che ha avuto la sola vera finalità di preservare il proprio ufficio (la propria persona) da ogni genere di critica, di godere di perpetua immunità e di vantaggi personali.
Ritengo che queste siano cose che con il bene dell’XXX vadano del tutto in disaccordo.

- Me ne vado perché lavoro in un posto dove se il mio pc ha dei problemi, restano affari miei. Dove aspetto 6 mesi per avere un mouse in sostituzione. Dove sono completamente privo di assistenza informatica. Dove si viene avvisati via e-mail che la connessione internet non sarà disponibile dalle 13.00 alle 13.30 di tale giorno, poi per 2 giorni lavorativi consecutivi la connessione non è disponibile senza che sia stata spesa una parola perlomeno per avvisare preventivamente.

- Me ne vado perché lavoro in un ufficio dove viene negato ciò che a componenti di altri uffici o a persone “raccomandate” viene tranquillamente concesso. E’ veramente difficile essere indifferenti al fatto di ottenere con fatica e discussioni un permesso pomeridiano di 3 ore necessario per cause di forza maggiore e poi vedere che, proprio sotto il tuo naso e senza fatica né discussioni, altri staccano permessi di una settimana o più per andare a farsi gli affari loro.
[...]