Rivolgiamoci ad un esempio pratico: il Fornitore.
Oltre che essere certificato e quindi rispondere a determinati standard qualitativi, il Fornitore dovrebbe essere selezionato per professionalità, competenza, qualità del prodotto o servizio offerto, prezzo concorrenziale, assistenza e reperibilità costante, buona reattività per fare fronte a problematiche o ad un semplice bisogno estemporaneo.
Ma soprattutto, il Fornitore dovrebbe essere scelto in funzione dell'interesse che dimostra verso il Cliente. Il Cliente va coccolato o saputo coccolare, l'interesse deve andare oltre un piazzamento dell'ordine che lo fa lavorare in quel momento, ma deve essere un interesse di prospettiva.
Ma come dare una spiegazione quando il fornitore opera in maniera superficiale e insoddisfacente, ma ciò nonostante viene mantenuto come fornitore?
Qui inizia la politica e finisce il lavoro. E sappiamo come la parola politica abbia nell'immaginario collettivo italiano (in particolare) un significato negativo.
Mercimonio, intrigo, accordi sottobanco, distorsione della verità: in questo modo su un posto di lavoro possono essere lasciate andare avanti situazioni paradossali come quella di continuare a rivolgersi ad un fornitore che palesemente non dimostra nessun interesse per lavorare, nonostante le alternative sul mercato non manchino.
.
Questa è politica, non è più lavoro. Non si possono razionalizzare queste situazioni.
Le conseguenze spiacevoli sono:
1. Situazione di disagio per i dipendenti che devono dare seguito con il lavoro a tutte queste situazioni paradossali (parliamo dei dipendenti che lavorano con una coscienza propria, non certo degli aziendalisti o dei meri esecutori di volontà superiori);
2. Interessi del singolo che prevalgono rispetto al bene comune e al bene dell'azienda.
Solo una presa di coscienza del datore di lavoro può estirpare questi cancri. Perché con tale nome vanno definiti: nei casi più gravi, un'azienda si ritrova ad avere dei commerciali che prendono la mazzetta dai fornitori per chiudere un occhio, anzi due, su tutte le malefatte.....e per continuare a piazzare gli ordini.
Tutto frutto di uno spietato calcolo, comprese finte telefonate di rimostranze e giustificazioni da parte di due persone che si sono già messe preventivamente d'accordo su cosa dirsi in presenza di altre persone per salvare le apparenze.
AyBoll
sabato 25 ottobre 2014
sabato 4 ottobre 2014
Come ottenere un aumento di stipendio sul lavoro? 8 punti
Non esiste ricetta universale e credo si possa dire dire qualcosa di utile su questo argomento soprattutto basandosi su una propria esperienza positiva.
Però trovo ci siano comunque delle linee guida dalle quali non si scappa.
1. Un ritocco allo stipendio bisogna chiederlo se si è pienamente consapevoli di meritarlo.
Ovviamente chi è munito di una gran faccia tosta, non ha bisogno di questa consapevolezza: lo chiede e basta. Magari riesce ad ottenerlo semplicemente "vendendosi" bene.
2. La gente ci valuta per quello che noi ci valutiamo. Se tu ti valuti incapace, non puoi aspettarti che gli altri ti valutino bravo. E ci vuole la nostra iniziativa. Inutile pensare il contrario: nessun datore di lavoro verrà da noi per proporci un aumento di stipendio, ma casomai valuterà una nostra richiesta. Perciò bisogna assolutamente farsi avanti, non c'è altra possibilità.
3. Va bene la scala gerarchica, ma non si può pensare di interfacciarsi con intermediari per raggiungere questo obiettivo. Restano pur sempre cose personali. Bisogna rivolgersi direttamente al datore di lavoro: al giorno d'oggi dimentichiamoci che possa essere il nostro capo a combattere questa battaglia per noi: se la combatte, la combatte per se stesso.
4. I datori di lavoro, a meno che non ci si trovi in una multinazionale o quasi, conoscono quantomeno a distanza l'operato dei dipendenti. Alla loro scrivania arrivano i problemi, in base a questo hanno sempre la percezione dell'efficienza o inefficienza dei lavoratori. Pertanto se noi abbiamo la convinzione di operare bene e non solo non abbiamo portato il problema ma siamo stati in certi casi un valore aggiunto, avremo la forza che ci serve per ottenere un si.
5. Cerchiamo di trovare un buon momento per parlare con lui di questo. Non il giorno che il Vs. collega gli ha fatto arrivare sulla scrivania una penale da centomila euro, non il lunedì mattina dopo che la sua squadra del cuore ha perso il giorno prima. Troviamo un momento di suo buonumore, di buona predisposizione per ascoltarci.
6. Dirglielo con il sorriso non guasta: determinazione si, ma anche capacità di sdrammatizzare. L'approccio è molto importante e deve essere pensato in funzione delle caratteristiche della persona che abbiamo davanti. Se abbiamo con lui un contatto quotidiano potremmo essere agevolati: ma in caso contrario evitiamo comunque i grandi discorsi magnificando il nostro operato: meglio arrivare subito al punto guardando negli occhi. Senza chiedere genericamente un ritocco, ma quantificandolo. E non trascurando mai di dimostrare l'interesse per il lavoro in sé, al di là della moneta. Se così la pensiamo.
Occorre essere naturali, non impostati. Presentandosi con stato d'animo positivo, dimostrando di essere convinti del fatto nostro a prescindere dall'esito. Lui deve avere la percezione che ciò che chiediamo in più lo restituiremo (con gli "interessi") con il nostro lavoro: se lui ha già questa percezione, saremo sulla strada della vittoria.
7. Non è detto che lui risponda subito: anzi, con tutta probabilità il tempo se lo prenderà in ogni caso.
Perché non accetterà di essere messo alle strette da un dipendente per una cosa del genere. Pertanto, mai essere impazienti se ci ha promesso una risposta. Comportiamoci secondo un'etica: se ci ha detto che ci farà avere una risposta, così sarà. Dimostriamo loro di credere in questa cosa.
8. Fatto questo, c'è solo da aspettare. Lui con tutta probabilità utilizzerà il responsabile del personale per comunicare la decisione, buona o non buona.
Se non gli stiamo simpatici (e se è così per lui non saremo meritevoli in ogni caso) c'è da farsi poche illusioni. Se ne abbiamo già la consapevolezza, sarà difficile compiere questo passo. Piuttosto chiediamoci fino a quando possiamo restare in un posto di lavoro dove stiamo sulle balle al padrone.
Però trovo ci siano comunque delle linee guida dalle quali non si scappa.
1. Un ritocco allo stipendio bisogna chiederlo se si è pienamente consapevoli di meritarlo.
Ovviamente chi è munito di una gran faccia tosta, non ha bisogno di questa consapevolezza: lo chiede e basta. Magari riesce ad ottenerlo semplicemente "vendendosi" bene.
2. La gente ci valuta per quello che noi ci valutiamo. Se tu ti valuti incapace, non puoi aspettarti che gli altri ti valutino bravo. E ci vuole la nostra iniziativa. Inutile pensare il contrario: nessun datore di lavoro verrà da noi per proporci un aumento di stipendio, ma casomai valuterà una nostra richiesta. Perciò bisogna assolutamente farsi avanti, non c'è altra possibilità.
3. Va bene la scala gerarchica, ma non si può pensare di interfacciarsi con intermediari per raggiungere questo obiettivo. Restano pur sempre cose personali. Bisogna rivolgersi direttamente al datore di lavoro: al giorno d'oggi dimentichiamoci che possa essere il nostro capo a combattere questa battaglia per noi: se la combatte, la combatte per se stesso.
4. I datori di lavoro, a meno che non ci si trovi in una multinazionale o quasi, conoscono quantomeno a distanza l'operato dei dipendenti. Alla loro scrivania arrivano i problemi, in base a questo hanno sempre la percezione dell'efficienza o inefficienza dei lavoratori. Pertanto se noi abbiamo la convinzione di operare bene e non solo non abbiamo portato il problema ma siamo stati in certi casi un valore aggiunto, avremo la forza che ci serve per ottenere un si.
5. Cerchiamo di trovare un buon momento per parlare con lui di questo. Non il giorno che il Vs. collega gli ha fatto arrivare sulla scrivania una penale da centomila euro, non il lunedì mattina dopo che la sua squadra del cuore ha perso il giorno prima. Troviamo un momento di suo buonumore, di buona predisposizione per ascoltarci.
6. Dirglielo con il sorriso non guasta: determinazione si, ma anche capacità di sdrammatizzare. L'approccio è molto importante e deve essere pensato in funzione delle caratteristiche della persona che abbiamo davanti. Se abbiamo con lui un contatto quotidiano potremmo essere agevolati: ma in caso contrario evitiamo comunque i grandi discorsi magnificando il nostro operato: meglio arrivare subito al punto guardando negli occhi. Senza chiedere genericamente un ritocco, ma quantificandolo. E non trascurando mai di dimostrare l'interesse per il lavoro in sé, al di là della moneta. Se così la pensiamo.
Occorre essere naturali, non impostati. Presentandosi con stato d'animo positivo, dimostrando di essere convinti del fatto nostro a prescindere dall'esito. Lui deve avere la percezione che ciò che chiediamo in più lo restituiremo (con gli "interessi") con il nostro lavoro: se lui ha già questa percezione, saremo sulla strada della vittoria.
7. Non è detto che lui risponda subito: anzi, con tutta probabilità il tempo se lo prenderà in ogni caso.
Perché non accetterà di essere messo alle strette da un dipendente per una cosa del genere. Pertanto, mai essere impazienti se ci ha promesso una risposta. Comportiamoci secondo un'etica: se ci ha detto che ci farà avere una risposta, così sarà. Dimostriamo loro di credere in questa cosa.
8. Fatto questo, c'è solo da aspettare. Lui con tutta probabilità utilizzerà il responsabile del personale per comunicare la decisione, buona o non buona.
Se non gli stiamo simpatici (e se è così per lui non saremo meritevoli in ogni caso) c'è da farsi poche illusioni. Se ne abbiamo già la consapevolezza, sarà difficile compiere questo passo. Piuttosto chiediamoci fino a quando possiamo restare in un posto di lavoro dove stiamo sulle balle al padrone.
Ma sul lavoro cosa è veramente importante?
"La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali" (cit. Freud).
Partiamo da questa citazione di Freud, che è una buona base di partenza per affrontare questo discorso.
Come già esposto in un altro post, fare il lavoro che piace è una combinazione di abilità con un pizzico di fortuna. E forse un posto di lavoro popolato unicamente da persone che si appassionano a quello che fanno priverebbe il mondo di questi difficili problemi sociali.
Questa è una utopia. Dobbiamo sempre fare i conti con l'arrivista, il carrierista senza scrupoli o quello che ha come obiettivo di ogni giornata il fare il meno possibile. Succede dappertutto, in tutti i posti di lavoro.
Purtroppo manca il coraggio e la forza morale per scoprire la propria essenza, per costruirsi il contesto ideale, per capire quali sono davvero le proprie potenzialità. Ognuno di noi ha delle qualità: ma senza capire quali sono e come impiegarle, fatalmente le dilapida. Andando a creare un problema nel posto dove opera.
Perché, in fin dei conti, verificandosi la situazione perfetta saremo affascinati magari non solo dal lavoro in sé ma da quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà, la propria dimensione. Ciò che nessun'altro potrà mai conoscere, tutto quello che ha a che fare con le nostre convinzioni più intime.
L'avversione umana al lavoro può essere combattuta dal crearsi il contesto perfetto. La condizione nella quale il nostro essere si esalta. Fare quello che ci piace.
Fatto questo, resta la lotta.
Oggi il lavoro è diventato lotta. Io la vedo così. Ma rigetto tutto ciò che come lotta si identifica in competizione, volontà di affermazione a discapito di altre persone, carrierismo o vita da arrampicatore sociale.
La lotta di cui parlo è quella che è necessaria non per salire gli scalini, ma per preservare la propria identità. Dall'arroganza, dalla menzogna, dalla voglia altrui di esaltare il proprio operato senza curarsi dei reali interessi del posto di lavoro, dall'opportunismo che serve unicamente a costruirsi il proprio piccolo feudo calpestando valori come la solidarietà e la lealtà.
Questo a mio avviso è diventato l'impegno più grande: fare sul posto di lavoro non quello che conviene fare ma quello che è giusto fare. E' un concetto che può cambiare il mondo, questo. Mille rivoluzioni messe insieme.
Proviamoci!
Partiamo da questa citazione di Freud, che è una buona base di partenza per affrontare questo discorso.
Come già esposto in un altro post, fare il lavoro che piace è una combinazione di abilità con un pizzico di fortuna. E forse un posto di lavoro popolato unicamente da persone che si appassionano a quello che fanno priverebbe il mondo di questi difficili problemi sociali.
Questa è una utopia. Dobbiamo sempre fare i conti con l'arrivista, il carrierista senza scrupoli o quello che ha come obiettivo di ogni giornata il fare il meno possibile. Succede dappertutto, in tutti i posti di lavoro.
Purtroppo manca il coraggio e la forza morale per scoprire la propria essenza, per costruirsi il contesto ideale, per capire quali sono davvero le proprie potenzialità. Ognuno di noi ha delle qualità: ma senza capire quali sono e come impiegarle, fatalmente le dilapida. Andando a creare un problema nel posto dove opera.
Perché, in fin dei conti, verificandosi la situazione perfetta saremo affascinati magari non solo dal lavoro in sé ma da quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà, la propria dimensione. Ciò che nessun'altro potrà mai conoscere, tutto quello che ha a che fare con le nostre convinzioni più intime.
L'avversione umana al lavoro può essere combattuta dal crearsi il contesto perfetto. La condizione nella quale il nostro essere si esalta. Fare quello che ci piace.
Fatto questo, resta la lotta.
Oggi il lavoro è diventato lotta. Io la vedo così. Ma rigetto tutto ciò che come lotta si identifica in competizione, volontà di affermazione a discapito di altre persone, carrierismo o vita da arrampicatore sociale.
La lotta di cui parlo è quella che è necessaria non per salire gli scalini, ma per preservare la propria identità. Dall'arroganza, dalla menzogna, dalla voglia altrui di esaltare il proprio operato senza curarsi dei reali interessi del posto di lavoro, dall'opportunismo che serve unicamente a costruirsi il proprio piccolo feudo calpestando valori come la solidarietà e la lealtà.
Questo a mio avviso è diventato l'impegno più grande: fare sul posto di lavoro non quello che conviene fare ma quello che è giusto fare. E' un concetto che può cambiare il mondo, questo. Mille rivoluzioni messe insieme.
Proviamoci!
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