In un Paese l’istruzione è importante. Fondamentale. Non deve esistere per soddisfare l’ego delle persone, ma deve avere una utilità precisa all’interno della società.
Le persone istruite sono persone molto più difficilmente abbindolabili delle persone ignoranti. Per un governo è facile assoggettare ai propri voleri persone ignoranti: molto più difficile è fare la stessa cosa con persone istruite.
Questa è quella che dovrebbe essere una delle funzioni più importanti dell’istruzione: essere lo strumento che permette al popolo di esercitare la sovranità. Ma sul serio. Come dice la Costituzione.
Ma in Italia da tempo l’istruzione è concepita diversamente, proprio perché chi ci governa vuole avere la più debole opposizione possibile: quindi l'istruzione è fatta per spersonalizzare, per produrre massa. Il resto lo fanno televisioni -imbottite di avanspettacolo trash- e informazione -così poco libera e così manipolata da costringere chi intuisce la messinscena a trovare per conto proprio altri canali di informazione.
Si permette a chi forse nemmeno lo meriterebbe di avere un titolo e un lavoro spesso per ragioni di opportunità politica, per riempire enti e organizzazioni inutili di gente che deve giustificare l’aver passato anni e anni a "studiare".
Oggi creano un ente e organizzazione, domani ne creeranno un’altra invece che tenere quelle che ci sono e contestare le loro inefficienze. E non parliamo degli enti che supervisionano gli enti: scatole cinesi, tutti che hanno fatto tutto e hanno controllato tutto, invece gli uni hanno fatto porcate e gli altri non si sono accorti di nulla.
L’Istruzione in Italia sembra concepita per creare dei futuri sudditi, e che sul lavoro non si prende mezza responsabilità non solo per il "di più", ma spesso nemmeno per il lavoro che ha svolto in prima persona. Gente laureata, gente che sul posto di lavoro dovrebbe essere un assoluto riferimento e che invece maledici ogni giorno per doverci avere a che fare.
Non è un caso se molti ormai emigrano all’estero: probabilmente sono i migliori, quelli a cui tutto ciò sta stretto. I pochi che possono essere un valore aggiunto se ne vanno. Questo è un fallimento.
L’istruzione, così come è concepita in Italia, serve davvero? Senza meritocrazia come si deve non avremo mai un paese serio. Io penso che le università debbano essere tutte a numero chiuso, perché debbono andarci solo i migliori o perlomeno quelli che hanno le più forti motivazioni. Non quelli de“l’esame ti conviene farlo più avanti... torna il prof più buono....” o quelli de “quella parte fai a meno di studiarla, non la chiede mai...”.
Perché già bisogna fare i conti con un fatto inequivocabile: i “mister 10 lauree” e i “cravattari” le rivoluzioni non le hanno mai fatte…..le hanno solo usate a loro vantaggio, questo si. Riempendosene la bocca al momento opportuno.
Ma le rivoluzioni dove è richiesto il sacrificio estremo le ha sempre combattute la povera gente, e le guerre assurde -volute da chi ha studiato giorno e notte per capire come trarne profitto- le hanno combattute in prima linea i poveracci……è sempre stato così.
Pertanto, se in un paese l’istruzione è pure concepita in modo sconclusionato e non plasma persone in gamba, allora diventa un lusso. Perché costa alle famiglie e perché allontana dai lavori manuali più di quanto sia necessario.
Io credo che decenni addietro chi studiava poteva effettivamente essere un valore aggiunto per la società: perché la scelta dello studiare era maggiormante interiore, mirata, consapevole e finalizzata al raggiungimento di un obiettivo: fare quel tipo di lavoro che ti piace e che quella laurea ti consente di fare, magari mettendosi in proprio. Fermo restando che per la prima cosa tanti hanno purtroppo dovuto rinunciare per difficoltà economiche della famiglia, gente magari meritevole. E fermo restando che per la seconda cosa non basta studiare: ci vogliono i giusti requisiti caratteriali e non tutti possono averli.
Oggi trovo che molto sia cambiato. Gli stimoli interiori sono sempre meno: prevale il senso dell’opportunità. Hai il genitore laureato e non ti puoi esimere dal seguirne la strada...non sai cosa altro fare e allora seguiti a studiare…non hai voglia di lavorare e quindi vai avanti a fare lo studente….
Il risultato è solo questo: profili professionali scadenti smistati nei posti di lavoro. Incompetenza. Incapacità. Mancanza di senso pratico.
C’è tanta gente che studia e studia e studia. Poi arriva nei posti di lavoro e parla, parla, parla…..ma quanta gente risolve veramente i problemi lavorativi quando si presentano, e quanta gente si espone nel prendere decisioni?
E’ questa la piaga: la qualità del lavoro sta diminuendo in modo spaventoso perché la qualità delle persone sta venendo sempre più a mancare.
La parola d’ordine per le nuove generazioni dovrebbe essere questa: raggiungere l’obiettivo minimo del diploma. Dopo di che, fare forse per la prima volta nella propria vita una scelta consapevole: se si hanno forti motivazioni interiori e voglia di studiare, continuare. Ma senza dimenticare che la strada, vedere come vive la gente e girare il mondo ti danno un tipo di laurea che una vita sui libri non ti può dare.
Se invece si ritiene di essere più proficui andando subito in campo, allora a lavorare! Con passione, grinta ed energia. Anche se inizialmente ci sta benissimo di non fare il lavoro della vita: ci vuole un tempo biologico per capire, e anche trovare ciò che si vuole non è facile.
L’importante è non stare a metà.
Prendersi il tempo per pensarci e dopo prendere una decisione.
O da una parte o dall’altra.
Senza vagare per anni senza fare ne l’una ne l’altra cosa.
Contribuire per dare subito al mondo del lavoro due valide braccia e un buon cervello, oppure procedere con gli studi con vero profitto e sapendo che un giorno sarà comunque il lavoro, il campo, che darà la misura del nostro valore.
AyBoll
giovedì 4 dicembre 2014
lunedì 1 dicembre 2014
Lettera aperta: un dipendente si dimette motivando la decisione.
LETTERA APERTA DI UN DIPENDENTE DIMISSIONARIO: "me ne vado perchè....."
Pubblichiamo una ipotetica lettera, ma circostanziata, frutto di una serie di motivi di insoddisfazione che sono propri del dipendente che non accetta la spersonalizzazione.
L'azienda è una ipotetica XXX.
[...]
- Me ne vado, come prima ragione, perché le mie aspettative professionali sono state completamente disattese. Non ho fatto un solo corso di mio interesse in 10 anni. Non uno solo. Questo nonostante io non abbia mancato di segnalare di persona queste aspettative, ricevendo nulla altro che vaghe rassicurazioni.
Non ho mai avuto un’adeguata formazione in funzione delle stesse cose che mi vengono richieste.
Devo fare bene le procedure di prove di pressione. Va bene. Ma non ho praticamente mai visto fare un test.
Un bel giorno devo iniziare a fare le mappe della saldatura. Va bene. Ma nessuno mi dice come vanno fatte in modo corretto, il modo me lo invento io di sana pianta e sinceramente sono fiero di ciò che ho fatto da solo con la mia ignoranza.
Devo partecipare ai meeting. Va bene. Ma sfortunatamente l’inglese non ho avuto l’opportunità di studiarlo né alle scuole medie né alle scuole superiori. Il poco che so, lo so per mio conto. Mi arrangio, certo. Ma sono mai stato messo nella condizione di migliorare, dato che ai meeting devo partecipare?
- Me ne vado perché le cose sono a mio avviso ormai degenerate al punto che si pensa di fare le cose solamente avendo le spalle coperte da un ordine superiore o addirittura un input ricevuto da un pari collega.
Per fortuna ci sono anche tante persone che accettano al 100% almeno le proprie responsabilità e qualche cosa in più, se così non fosse l’XXX non potrebbe andare avanti.
Il punto è proprio questo: i pochi si dannano l’anima non solo per il loro lavoro, ma anche per tappare i buchi e gli scompensi che vengono inevitabilmente creati.
A chi viene chiesto conto di tutto? Sempre ai pochi…..gli altri vengono lasciati stare.
- Me ne vado perché le commesse sulle quali si deve lavorare sono promosse considerando solo gli aspetti commerciali e non le difficoltà tecniche che insorgono per fare quanto richiesto. Le commesse sono spesso zeppe di dati incompleti o vistosamente sbagliati, comprese quelle composte da 1 solo item. L’errore (non patologico) ci può sempre stare ed è giustificabile, ma quando viene chiesto conto alle persone responsabili di errori patologici, l’atteggiamento è sempre quello bambinesco che consiste nel fare gli offesi e i risentiti nel patetico tentativo di passare dal torto lavorativo alla ragione morale.
- Me ne vado perché in XXX c’è chi ha creato (e consolidato negli anni) un sistema di totale asservimento alla sua persona, sistema nei confronti del quale io sono ben fiero non solo di esserne sempre stato estraneo, ma anche di averlo contestato violentemente in più di un’occasione.
Un sistema che ha spinto le persone sottoposte ad essere delle cieche -in certi casi quasi fanatiche- esecutrici di una volontà “superiore”. Che ha creato persone che lavorano non secondo una propria coscienza ma secondo una coscienza “superiore” altrui. Che ha creato, invece che dei buoni impiegati, dei cortigiani, dei lacchè e delle infioratrici.
Un sistema che ha messo i colleghi gli uni contro gli altri, facendo perdere loro il rispetto per se stessi e spingendo alle dimissioni le persone valide che non si sono piegate all’arroganza e ai toni intimidatori.
Un sistema che ha messo in piedi una sorta di aula di tribunale munita di accusa, testimoni dell’accusa e difesa (ma senza mai testimoni della difesa). Con un modo di caricare i toni, fosse la persona esente o non esente da colpe, paragonabile a quello della Santa Inquisizione medioevale.
Un sistema che ha avuto la sola vera finalità di preservare il proprio ufficio (la propria persona) da ogni genere di critica, di godere di perpetua immunità e di vantaggi personali.
Ritengo che queste siano cose che con il bene dell’XXX vadano del tutto in disaccordo.
- Me ne vado perché lavoro in un posto dove se il mio pc ha dei problemi, restano affari miei. Dove aspetto 6 mesi per avere un mouse in sostituzione. Dove sono completamente privo di assistenza informatica. Dove si viene avvisati via e-mail che la connessione internet non sarà disponibile dalle 13.00 alle 13.30 di tale giorno, poi per 2 giorni lavorativi consecutivi la connessione non è disponibile senza che sia stata spesa una parola perlomeno per avvisare preventivamente.
- Me ne vado perché lavoro in un ufficio dove viene negato ciò che a componenti di altri uffici o a persone “raccomandate” viene tranquillamente concesso. E’ veramente difficile essere indifferenti al fatto di ottenere con fatica e discussioni un permesso pomeridiano di 3 ore necessario per cause di forza maggiore e poi vedere che, proprio sotto il tuo naso e senza fatica né discussioni, altri staccano permessi di una settimana o più per andare a farsi gli affari loro.
[...]
Pubblichiamo una ipotetica lettera, ma circostanziata, frutto di una serie di motivi di insoddisfazione che sono propri del dipendente che non accetta la spersonalizzazione.
L'azienda è una ipotetica XXX.
[...]
- Me ne vado, come prima ragione, perché le mie aspettative professionali sono state completamente disattese. Non ho fatto un solo corso di mio interesse in 10 anni. Non uno solo. Questo nonostante io non abbia mancato di segnalare di persona queste aspettative, ricevendo nulla altro che vaghe rassicurazioni.
Non ho mai avuto un’adeguata formazione in funzione delle stesse cose che mi vengono richieste.
Devo fare bene le procedure di prove di pressione. Va bene. Ma non ho praticamente mai visto fare un test.
Un bel giorno devo iniziare a fare le mappe della saldatura. Va bene. Ma nessuno mi dice come vanno fatte in modo corretto, il modo me lo invento io di sana pianta e sinceramente sono fiero di ciò che ho fatto da solo con la mia ignoranza.
Devo partecipare ai meeting. Va bene. Ma sfortunatamente l’inglese non ho avuto l’opportunità di studiarlo né alle scuole medie né alle scuole superiori. Il poco che so, lo so per mio conto. Mi arrangio, certo. Ma sono mai stato messo nella condizione di migliorare, dato che ai meeting devo partecipare?
- Me ne vado perché le cose sono a mio avviso ormai degenerate al punto che si pensa di fare le cose solamente avendo le spalle coperte da un ordine superiore o addirittura un input ricevuto da un pari collega.
Per fortuna ci sono anche tante persone che accettano al 100% almeno le proprie responsabilità e qualche cosa in più, se così non fosse l’XXX non potrebbe andare avanti.
Il punto è proprio questo: i pochi si dannano l’anima non solo per il loro lavoro, ma anche per tappare i buchi e gli scompensi che vengono inevitabilmente creati.
A chi viene chiesto conto di tutto? Sempre ai pochi…..gli altri vengono lasciati stare.
- Me ne vado perché le commesse sulle quali si deve lavorare sono promosse considerando solo gli aspetti commerciali e non le difficoltà tecniche che insorgono per fare quanto richiesto. Le commesse sono spesso zeppe di dati incompleti o vistosamente sbagliati, comprese quelle composte da 1 solo item. L’errore (non patologico) ci può sempre stare ed è giustificabile, ma quando viene chiesto conto alle persone responsabili di errori patologici, l’atteggiamento è sempre quello bambinesco che consiste nel fare gli offesi e i risentiti nel patetico tentativo di passare dal torto lavorativo alla ragione morale.
- Me ne vado perché in XXX c’è chi ha creato (e consolidato negli anni) un sistema di totale asservimento alla sua persona, sistema nei confronti del quale io sono ben fiero non solo di esserne sempre stato estraneo, ma anche di averlo contestato violentemente in più di un’occasione.
Un sistema che ha spinto le persone sottoposte ad essere delle cieche -in certi casi quasi fanatiche- esecutrici di una volontà “superiore”. Che ha creato persone che lavorano non secondo una propria coscienza ma secondo una coscienza “superiore” altrui. Che ha creato, invece che dei buoni impiegati, dei cortigiani, dei lacchè e delle infioratrici.
Un sistema che ha messo i colleghi gli uni contro gli altri, facendo perdere loro il rispetto per se stessi e spingendo alle dimissioni le persone valide che non si sono piegate all’arroganza e ai toni intimidatori.
Un sistema che ha messo in piedi una sorta di aula di tribunale munita di accusa, testimoni dell’accusa e difesa (ma senza mai testimoni della difesa). Con un modo di caricare i toni, fosse la persona esente o non esente da colpe, paragonabile a quello della Santa Inquisizione medioevale.
Un sistema che ha avuto la sola vera finalità di preservare il proprio ufficio (la propria persona) da ogni genere di critica, di godere di perpetua immunità e di vantaggi personali.
Ritengo che queste siano cose che con il bene dell’XXX vadano del tutto in disaccordo.
- Me ne vado perché lavoro in un posto dove se il mio pc ha dei problemi, restano affari miei. Dove aspetto 6 mesi per avere un mouse in sostituzione. Dove sono completamente privo di assistenza informatica. Dove si viene avvisati via e-mail che la connessione internet non sarà disponibile dalle 13.00 alle 13.30 di tale giorno, poi per 2 giorni lavorativi consecutivi la connessione non è disponibile senza che sia stata spesa una parola perlomeno per avvisare preventivamente.
- Me ne vado perché lavoro in un ufficio dove viene negato ciò che a componenti di altri uffici o a persone “raccomandate” viene tranquillamente concesso. E’ veramente difficile essere indifferenti al fatto di ottenere con fatica e discussioni un permesso pomeridiano di 3 ore necessario per cause di forza maggiore e poi vedere che, proprio sotto il tuo naso e senza fatica né discussioni, altri staccano permessi di una settimana o più per andare a farsi gli affari loro.
[...]
sabato 8 novembre 2014
La decadenza morale in un posto di lavoro.
Avete mai avuto la percezione, nel posto di lavoro, di una decadenza morale irreversibile?
Il lavoratore è capace di inanerrabili "imprese", una volta perduta la propria dignità. E la decadenza morale si materializza nel lavoratore che rifiuta ogni addebito. Questi sono i casi in cui non si parla più del rifiutare le responsabilità che non competono, ma rifiutare quelle che competono. Con il patetico tentativo di scambiare il proprio lavoro con il lavoro di qualcun altro, spacciare le proprie competenze per le competenze di qualcun altro. E' il risultato finale dell' auto-demotivazione, dello svuotare di senso e significato il proprio ruolo per potersi lasciare scivolare le cose addosso più facilmente. Dei responsabili di ufficio / dipartimento che si rivelano inadeguati e/o di bassa statura morale possono essere indubbiamente la causa scatenante di tutto ciò, per questo il datore di lavoro dovrebbe essere sempre rigoroso nella scelta dei responsabili o delle figure-chiave che hanno ruolo determinante nel motivare le persone. Deve esistere un bene comune, un interesse collettivo che trascende le questioni personali: solo questo può salvaguardare un posto di lavoro ed essere il migliore deterrente possibile contro la decadenza morale.
Il lavoratore è capace di inanerrabili "imprese", una volta perduta la propria dignità. E la decadenza morale si materializza nel lavoratore che rifiuta ogni addebito. Questi sono i casi in cui non si parla più del rifiutare le responsabilità che non competono, ma rifiutare quelle che competono. Con il patetico tentativo di scambiare il proprio lavoro con il lavoro di qualcun altro, spacciare le proprie competenze per le competenze di qualcun altro. E' il risultato finale dell' auto-demotivazione, dello svuotare di senso e significato il proprio ruolo per potersi lasciare scivolare le cose addosso più facilmente. Dei responsabili di ufficio / dipartimento che si rivelano inadeguati e/o di bassa statura morale possono essere indubbiamente la causa scatenante di tutto ciò, per questo il datore di lavoro dovrebbe essere sempre rigoroso nella scelta dei responsabili o delle figure-chiave che hanno ruolo determinante nel motivare le persone. Deve esistere un bene comune, un interesse collettivo che trascende le questioni personali: solo questo può salvaguardare un posto di lavoro ed essere il migliore deterrente possibile contro la decadenza morale.
sabato 25 ottobre 2014
Quando finisce il lavoro e inizia la politica.
Rivolgiamoci ad un esempio pratico: il Fornitore.
Oltre che essere certificato e quindi rispondere a determinati standard qualitativi, il Fornitore dovrebbe essere selezionato per professionalità, competenza, qualità del prodotto o servizio offerto, prezzo concorrenziale, assistenza e reperibilità costante, buona reattività per fare fronte a problematiche o ad un semplice bisogno estemporaneo.
Ma soprattutto, il Fornitore dovrebbe essere scelto in funzione dell'interesse che dimostra verso il Cliente. Il Cliente va coccolato o saputo coccolare, l'interesse deve andare oltre un piazzamento dell'ordine che lo fa lavorare in quel momento, ma deve essere un interesse di prospettiva.
Ma come dare una spiegazione quando il fornitore opera in maniera superficiale e insoddisfacente, ma ciò nonostante viene mantenuto come fornitore?
Qui inizia la politica e finisce il lavoro. E sappiamo come la parola politica abbia nell'immaginario collettivo italiano (in particolare) un significato negativo.
Mercimonio, intrigo, accordi sottobanco, distorsione della verità: in questo modo su un posto di lavoro possono essere lasciate andare avanti situazioni paradossali come quella di continuare a rivolgersi ad un fornitore che palesemente non dimostra nessun interesse per lavorare, nonostante le alternative sul mercato non manchino.
.
Questa è politica, non è più lavoro. Non si possono razionalizzare queste situazioni.
Le conseguenze spiacevoli sono:
1. Situazione di disagio per i dipendenti che devono dare seguito con il lavoro a tutte queste situazioni paradossali (parliamo dei dipendenti che lavorano con una coscienza propria, non certo degli aziendalisti o dei meri esecutori di volontà superiori);
2. Interessi del singolo che prevalgono rispetto al bene comune e al bene dell'azienda.
Solo una presa di coscienza del datore di lavoro può estirpare questi cancri. Perché con tale nome vanno definiti: nei casi più gravi, un'azienda si ritrova ad avere dei commerciali che prendono la mazzetta dai fornitori per chiudere un occhio, anzi due, su tutte le malefatte.....e per continuare a piazzare gli ordini.
Tutto frutto di uno spietato calcolo, comprese finte telefonate di rimostranze e giustificazioni da parte di due persone che si sono già messe preventivamente d'accordo su cosa dirsi in presenza di altre persone per salvare le apparenze.
Oltre che essere certificato e quindi rispondere a determinati standard qualitativi, il Fornitore dovrebbe essere selezionato per professionalità, competenza, qualità del prodotto o servizio offerto, prezzo concorrenziale, assistenza e reperibilità costante, buona reattività per fare fronte a problematiche o ad un semplice bisogno estemporaneo.
Ma soprattutto, il Fornitore dovrebbe essere scelto in funzione dell'interesse che dimostra verso il Cliente. Il Cliente va coccolato o saputo coccolare, l'interesse deve andare oltre un piazzamento dell'ordine che lo fa lavorare in quel momento, ma deve essere un interesse di prospettiva.
Ma come dare una spiegazione quando il fornitore opera in maniera superficiale e insoddisfacente, ma ciò nonostante viene mantenuto come fornitore?
Qui inizia la politica e finisce il lavoro. E sappiamo come la parola politica abbia nell'immaginario collettivo italiano (in particolare) un significato negativo.
Mercimonio, intrigo, accordi sottobanco, distorsione della verità: in questo modo su un posto di lavoro possono essere lasciate andare avanti situazioni paradossali come quella di continuare a rivolgersi ad un fornitore che palesemente non dimostra nessun interesse per lavorare, nonostante le alternative sul mercato non manchino.
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Questa è politica, non è più lavoro. Non si possono razionalizzare queste situazioni.
Le conseguenze spiacevoli sono:
1. Situazione di disagio per i dipendenti che devono dare seguito con il lavoro a tutte queste situazioni paradossali (parliamo dei dipendenti che lavorano con una coscienza propria, non certo degli aziendalisti o dei meri esecutori di volontà superiori);
2. Interessi del singolo che prevalgono rispetto al bene comune e al bene dell'azienda.
Solo una presa di coscienza del datore di lavoro può estirpare questi cancri. Perché con tale nome vanno definiti: nei casi più gravi, un'azienda si ritrova ad avere dei commerciali che prendono la mazzetta dai fornitori per chiudere un occhio, anzi due, su tutte le malefatte.....e per continuare a piazzare gli ordini.
Tutto frutto di uno spietato calcolo, comprese finte telefonate di rimostranze e giustificazioni da parte di due persone che si sono già messe preventivamente d'accordo su cosa dirsi in presenza di altre persone per salvare le apparenze.
sabato 4 ottobre 2014
Come ottenere un aumento di stipendio sul lavoro? 8 punti
Non esiste ricetta universale e credo si possa dire dire qualcosa di utile su questo argomento soprattutto basandosi su una propria esperienza positiva.
Però trovo ci siano comunque delle linee guida dalle quali non si scappa.
1. Un ritocco allo stipendio bisogna chiederlo se si è pienamente consapevoli di meritarlo.
Ovviamente chi è munito di una gran faccia tosta, non ha bisogno di questa consapevolezza: lo chiede e basta. Magari riesce ad ottenerlo semplicemente "vendendosi" bene.
2. La gente ci valuta per quello che noi ci valutiamo. Se tu ti valuti incapace, non puoi aspettarti che gli altri ti valutino bravo. E ci vuole la nostra iniziativa. Inutile pensare il contrario: nessun datore di lavoro verrà da noi per proporci un aumento di stipendio, ma casomai valuterà una nostra richiesta. Perciò bisogna assolutamente farsi avanti, non c'è altra possibilità.
3. Va bene la scala gerarchica, ma non si può pensare di interfacciarsi con intermediari per raggiungere questo obiettivo. Restano pur sempre cose personali. Bisogna rivolgersi direttamente al datore di lavoro: al giorno d'oggi dimentichiamoci che possa essere il nostro capo a combattere questa battaglia per noi: se la combatte, la combatte per se stesso.
4. I datori di lavoro, a meno che non ci si trovi in una multinazionale o quasi, conoscono quantomeno a distanza l'operato dei dipendenti. Alla loro scrivania arrivano i problemi, in base a questo hanno sempre la percezione dell'efficienza o inefficienza dei lavoratori. Pertanto se noi abbiamo la convinzione di operare bene e non solo non abbiamo portato il problema ma siamo stati in certi casi un valore aggiunto, avremo la forza che ci serve per ottenere un si.
5. Cerchiamo di trovare un buon momento per parlare con lui di questo. Non il giorno che il Vs. collega gli ha fatto arrivare sulla scrivania una penale da centomila euro, non il lunedì mattina dopo che la sua squadra del cuore ha perso il giorno prima. Troviamo un momento di suo buonumore, di buona predisposizione per ascoltarci.
6. Dirglielo con il sorriso non guasta: determinazione si, ma anche capacità di sdrammatizzare. L'approccio è molto importante e deve essere pensato in funzione delle caratteristiche della persona che abbiamo davanti. Se abbiamo con lui un contatto quotidiano potremmo essere agevolati: ma in caso contrario evitiamo comunque i grandi discorsi magnificando il nostro operato: meglio arrivare subito al punto guardando negli occhi. Senza chiedere genericamente un ritocco, ma quantificandolo. E non trascurando mai di dimostrare l'interesse per il lavoro in sé, al di là della moneta. Se così la pensiamo.
Occorre essere naturali, non impostati. Presentandosi con stato d'animo positivo, dimostrando di essere convinti del fatto nostro a prescindere dall'esito. Lui deve avere la percezione che ciò che chiediamo in più lo restituiremo (con gli "interessi") con il nostro lavoro: se lui ha già questa percezione, saremo sulla strada della vittoria.
7. Non è detto che lui risponda subito: anzi, con tutta probabilità il tempo se lo prenderà in ogni caso.
Perché non accetterà di essere messo alle strette da un dipendente per una cosa del genere. Pertanto, mai essere impazienti se ci ha promesso una risposta. Comportiamoci secondo un'etica: se ci ha detto che ci farà avere una risposta, così sarà. Dimostriamo loro di credere in questa cosa.
8. Fatto questo, c'è solo da aspettare. Lui con tutta probabilità utilizzerà il responsabile del personale per comunicare la decisione, buona o non buona.
Se non gli stiamo simpatici (e se è così per lui non saremo meritevoli in ogni caso) c'è da farsi poche illusioni. Se ne abbiamo già la consapevolezza, sarà difficile compiere questo passo. Piuttosto chiediamoci fino a quando possiamo restare in un posto di lavoro dove stiamo sulle balle al padrone.
Però trovo ci siano comunque delle linee guida dalle quali non si scappa.
1. Un ritocco allo stipendio bisogna chiederlo se si è pienamente consapevoli di meritarlo.
Ovviamente chi è munito di una gran faccia tosta, non ha bisogno di questa consapevolezza: lo chiede e basta. Magari riesce ad ottenerlo semplicemente "vendendosi" bene.
2. La gente ci valuta per quello che noi ci valutiamo. Se tu ti valuti incapace, non puoi aspettarti che gli altri ti valutino bravo. E ci vuole la nostra iniziativa. Inutile pensare il contrario: nessun datore di lavoro verrà da noi per proporci un aumento di stipendio, ma casomai valuterà una nostra richiesta. Perciò bisogna assolutamente farsi avanti, non c'è altra possibilità.
3. Va bene la scala gerarchica, ma non si può pensare di interfacciarsi con intermediari per raggiungere questo obiettivo. Restano pur sempre cose personali. Bisogna rivolgersi direttamente al datore di lavoro: al giorno d'oggi dimentichiamoci che possa essere il nostro capo a combattere questa battaglia per noi: se la combatte, la combatte per se stesso.
4. I datori di lavoro, a meno che non ci si trovi in una multinazionale o quasi, conoscono quantomeno a distanza l'operato dei dipendenti. Alla loro scrivania arrivano i problemi, in base a questo hanno sempre la percezione dell'efficienza o inefficienza dei lavoratori. Pertanto se noi abbiamo la convinzione di operare bene e non solo non abbiamo portato il problema ma siamo stati in certi casi un valore aggiunto, avremo la forza che ci serve per ottenere un si.
5. Cerchiamo di trovare un buon momento per parlare con lui di questo. Non il giorno che il Vs. collega gli ha fatto arrivare sulla scrivania una penale da centomila euro, non il lunedì mattina dopo che la sua squadra del cuore ha perso il giorno prima. Troviamo un momento di suo buonumore, di buona predisposizione per ascoltarci.
6. Dirglielo con il sorriso non guasta: determinazione si, ma anche capacità di sdrammatizzare. L'approccio è molto importante e deve essere pensato in funzione delle caratteristiche della persona che abbiamo davanti. Se abbiamo con lui un contatto quotidiano potremmo essere agevolati: ma in caso contrario evitiamo comunque i grandi discorsi magnificando il nostro operato: meglio arrivare subito al punto guardando negli occhi. Senza chiedere genericamente un ritocco, ma quantificandolo. E non trascurando mai di dimostrare l'interesse per il lavoro in sé, al di là della moneta. Se così la pensiamo.
Occorre essere naturali, non impostati. Presentandosi con stato d'animo positivo, dimostrando di essere convinti del fatto nostro a prescindere dall'esito. Lui deve avere la percezione che ciò che chiediamo in più lo restituiremo (con gli "interessi") con il nostro lavoro: se lui ha già questa percezione, saremo sulla strada della vittoria.
7. Non è detto che lui risponda subito: anzi, con tutta probabilità il tempo se lo prenderà in ogni caso.
Perché non accetterà di essere messo alle strette da un dipendente per una cosa del genere. Pertanto, mai essere impazienti se ci ha promesso una risposta. Comportiamoci secondo un'etica: se ci ha detto che ci farà avere una risposta, così sarà. Dimostriamo loro di credere in questa cosa.
8. Fatto questo, c'è solo da aspettare. Lui con tutta probabilità utilizzerà il responsabile del personale per comunicare la decisione, buona o non buona.
Se non gli stiamo simpatici (e se è così per lui non saremo meritevoli in ogni caso) c'è da farsi poche illusioni. Se ne abbiamo già la consapevolezza, sarà difficile compiere questo passo. Piuttosto chiediamoci fino a quando possiamo restare in un posto di lavoro dove stiamo sulle balle al padrone.
Ma sul lavoro cosa è veramente importante?
"La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali" (cit. Freud).
Partiamo da questa citazione di Freud, che è una buona base di partenza per affrontare questo discorso.
Come già esposto in un altro post, fare il lavoro che piace è una combinazione di abilità con un pizzico di fortuna. E forse un posto di lavoro popolato unicamente da persone che si appassionano a quello che fanno priverebbe il mondo di questi difficili problemi sociali.
Questa è una utopia. Dobbiamo sempre fare i conti con l'arrivista, il carrierista senza scrupoli o quello che ha come obiettivo di ogni giornata il fare il meno possibile. Succede dappertutto, in tutti i posti di lavoro.
Purtroppo manca il coraggio e la forza morale per scoprire la propria essenza, per costruirsi il contesto ideale, per capire quali sono davvero le proprie potenzialità. Ognuno di noi ha delle qualità: ma senza capire quali sono e come impiegarle, fatalmente le dilapida. Andando a creare un problema nel posto dove opera.
Perché, in fin dei conti, verificandosi la situazione perfetta saremo affascinati magari non solo dal lavoro in sé ma da quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà, la propria dimensione. Ciò che nessun'altro potrà mai conoscere, tutto quello che ha a che fare con le nostre convinzioni più intime.
L'avversione umana al lavoro può essere combattuta dal crearsi il contesto perfetto. La condizione nella quale il nostro essere si esalta. Fare quello che ci piace.
Fatto questo, resta la lotta.
Oggi il lavoro è diventato lotta. Io la vedo così. Ma rigetto tutto ciò che come lotta si identifica in competizione, volontà di affermazione a discapito di altre persone, carrierismo o vita da arrampicatore sociale.
La lotta di cui parlo è quella che è necessaria non per salire gli scalini, ma per preservare la propria identità. Dall'arroganza, dalla menzogna, dalla voglia altrui di esaltare il proprio operato senza curarsi dei reali interessi del posto di lavoro, dall'opportunismo che serve unicamente a costruirsi il proprio piccolo feudo calpestando valori come la solidarietà e la lealtà.
Questo a mio avviso è diventato l'impegno più grande: fare sul posto di lavoro non quello che conviene fare ma quello che è giusto fare. E' un concetto che può cambiare il mondo, questo. Mille rivoluzioni messe insieme.
Proviamoci!
Partiamo da questa citazione di Freud, che è una buona base di partenza per affrontare questo discorso.
Come già esposto in un altro post, fare il lavoro che piace è una combinazione di abilità con un pizzico di fortuna. E forse un posto di lavoro popolato unicamente da persone che si appassionano a quello che fanno priverebbe il mondo di questi difficili problemi sociali.
Questa è una utopia. Dobbiamo sempre fare i conti con l'arrivista, il carrierista senza scrupoli o quello che ha come obiettivo di ogni giornata il fare il meno possibile. Succede dappertutto, in tutti i posti di lavoro.
Purtroppo manca il coraggio e la forza morale per scoprire la propria essenza, per costruirsi il contesto ideale, per capire quali sono davvero le proprie potenzialità. Ognuno di noi ha delle qualità: ma senza capire quali sono e come impiegarle, fatalmente le dilapida. Andando a creare un problema nel posto dove opera.
Perché, in fin dei conti, verificandosi la situazione perfetta saremo affascinati magari non solo dal lavoro in sé ma da quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà, la propria dimensione. Ciò che nessun'altro potrà mai conoscere, tutto quello che ha a che fare con le nostre convinzioni più intime.
L'avversione umana al lavoro può essere combattuta dal crearsi il contesto perfetto. La condizione nella quale il nostro essere si esalta. Fare quello che ci piace.
Fatto questo, resta la lotta.
Oggi il lavoro è diventato lotta. Io la vedo così. Ma rigetto tutto ciò che come lotta si identifica in competizione, volontà di affermazione a discapito di altre persone, carrierismo o vita da arrampicatore sociale.
La lotta di cui parlo è quella che è necessaria non per salire gli scalini, ma per preservare la propria identità. Dall'arroganza, dalla menzogna, dalla voglia altrui di esaltare il proprio operato senza curarsi dei reali interessi del posto di lavoro, dall'opportunismo che serve unicamente a costruirsi il proprio piccolo feudo calpestando valori come la solidarietà e la lealtà.
Questo a mio avviso è diventato l'impegno più grande: fare sul posto di lavoro non quello che conviene fare ma quello che è giusto fare. E' un concetto che può cambiare il mondo, questo. Mille rivoluzioni messe insieme.
Proviamoci!
domenica 28 settembre 2014
Le lingue di miele sul lavoro......
Questo blog che parla di lavoro è dichiaratamente nemico delle cosiddette "lingue di miele". Ovvero i "lavoratori" che appartengono alla categoria dei leccaculo, dei carrieristi senza scrupoli e degli opportunisti e bugiardi di professione.
Purtroppo le "lingue di miele" sono una razza in continuo aumento. Onnipresenti, dal più grande al più piccolo posto di lavoro.
Non esitano a mentire per raggiungere i loro torbidi scopi. Non esitano a mettere in cattiva luce un collega per conquistare le luci della ribalta. Non esitano a sfoderare un sorriso da cavallo per ottenere le informazioni che cercano da parte di un onesto lavoratore, utilizzando poi questo per vendersi per coloro che hanno fatto il lavoro quando invece la realtà è che il lavoro lo ha fatto al 100% la persona vittima delle loro trame. Non esitano a mostrare affabilità e servilismo verso i datori di lavoro: per essere vicini a loro, per avere con loro quell'accesso quotidiano che consente di essere ascoltati e poter avanzare richieste per avere vantaggi personali.
Detestati da chiunque sia sufficientemente acuto da comprendere le loro mire, spalleggiati dai loro scagnozzi e accomunati con i loro simili, con i quali davanti ridono e poi per il resto del tempo si scrutano, sono la piaga di ogni posto di lavoro. Il cancro da estirpare, ma che non si riesce ad estirpare perché spesso si nutre dell'accondiscendenza e della complicità degli stessi datori di lavoro. Sensibili alle sviolinate, al servilismo e all'adulazione.
Questo post è cosa sulla quale c'è sempre da discutere....mi auguro che possiamo farlo insieme!
Purtroppo le "lingue di miele" sono una razza in continuo aumento. Onnipresenti, dal più grande al più piccolo posto di lavoro.
Non esitano a mentire per raggiungere i loro torbidi scopi. Non esitano a mettere in cattiva luce un collega per conquistare le luci della ribalta. Non esitano a sfoderare un sorriso da cavallo per ottenere le informazioni che cercano da parte di un onesto lavoratore, utilizzando poi questo per vendersi per coloro che hanno fatto il lavoro quando invece la realtà è che il lavoro lo ha fatto al 100% la persona vittima delle loro trame. Non esitano a mostrare affabilità e servilismo verso i datori di lavoro: per essere vicini a loro, per avere con loro quell'accesso quotidiano che consente di essere ascoltati e poter avanzare richieste per avere vantaggi personali.
Detestati da chiunque sia sufficientemente acuto da comprendere le loro mire, spalleggiati dai loro scagnozzi e accomunati con i loro simili, con i quali davanti ridono e poi per il resto del tempo si scrutano, sono la piaga di ogni posto di lavoro. Il cancro da estirpare, ma che non si riesce ad estirpare perché spesso si nutre dell'accondiscendenza e della complicità degli stessi datori di lavoro. Sensibili alle sviolinate, al servilismo e all'adulazione.
Questo post è cosa sulla quale c'è sempre da discutere....mi auguro che possiamo farlo insieme!
Appassionamoci al nostro lavoro !!!
Il lavoro è il nostro compagno di ogni giornata.
Per questo è molto importante che il nostro lavoro ci piaccia. Appassionandoci ad esso non ci si accorge del trascorrere delle ore. Se così non è nemmeno minimamente, il risultato sarà vivere con frustazione tanto tempo trascorso della nostra vita.
Certo: non sempre si ha l'opportunità di fare il lavoro che piace. Nei momenti di magra, si è costretti a prendere quello che c'è ed è già tanto se c'è. Però si può trovare soddisfazione anche in una occupazione che noi consideriamo temporanea: magari perché è un tramite che ci può consentire di arrivare a quello che vogliamo.
Forse ci vuole un pizzico di fortuna per trovarsi nel posto giusto al momento giusto quando c'è un posto di lavoro vacante. Ma è indubbio che sul fatto di scegliere un lavoro che esalti o minimizzi le nostre capacità ci mettiamo del nostro: determinate scelte, giuste o sbagliate, sono scelte nostre.
Questo piccolo spazio internet si propone di offrire un punto di vista su come concepire il lavoro, su come viverlo nelle sue problematiche interne, su come trovare una gratificazione.
Per questo è molto importante che il nostro lavoro ci piaccia. Appassionandoci ad esso non ci si accorge del trascorrere delle ore. Se così non è nemmeno minimamente, il risultato sarà vivere con frustazione tanto tempo trascorso della nostra vita.
Certo: non sempre si ha l'opportunità di fare il lavoro che piace. Nei momenti di magra, si è costretti a prendere quello che c'è ed è già tanto se c'è. Però si può trovare soddisfazione anche in una occupazione che noi consideriamo temporanea: magari perché è un tramite che ci può consentire di arrivare a quello che vogliamo.
Forse ci vuole un pizzico di fortuna per trovarsi nel posto giusto al momento giusto quando c'è un posto di lavoro vacante. Ma è indubbio che sul fatto di scegliere un lavoro che esalti o minimizzi le nostre capacità ci mettiamo del nostro: determinate scelte, giuste o sbagliate, sono scelte nostre.
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