AyBoll

sabato 13 giugno 2015

Citazioni e Aforismi sul Lavoro

"Tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi"
C.Baudelaire

"Che cosa è lavoro? e che cosa non è lavoro? sono questioni che lasciano perplessi i più saggi fra gli uomini"
Bhagavadgita

"Ogni lavoro, anche filare il cotone, è nobile; il lavoro è l'unica cosa nobile"
T.Carlyle

"Felice colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità"
T.Carlyle

"Il lavoro non mi piace  -non piace a nessuno-  ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà  -per se stesso, non per gli altri-  ciò che nessun altro potrà mai conoscere"
J.Conrad

"La grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali"
S.Freud

"Quel che fa felici gli uomini è amare ciò che devono fare. E' questo un principio su cui non è fondata la società"
C-A Helvétius

"Il lavoro intellettuale strappa l'uomo alla comunità umana. Il lavoro manuale, invece, conduce l'uomo verso gli uomini"
F.Kafka

"Se avete grandi doti, il lavoro non farà che migliorarle; se avete doti soltanto modeste, il lavoro rimedierà alle loro deficienze"
J.Reynolds

"E' troppo difficile pensare nobilmente quando si pensa soltanto a guadagnarsi da vivere"
J-J Rousseau

"Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno"
Voltaire

venerdì 5 giugno 2015

L'organizzazione del lavoro.

Le modalità con cui l'attività lavorativa svolta da una persona o da un insieme di persone si combina adeguatamente con quella svolta da altri è la chiave che permette di ottenere risultati complessivamente efficaci. Questa è l'organizzazione del lavoro.

Ma riteniamo sia inutile stare ad elaborare tutte le teorie che sono dietro questa definizione: cose come struttura organizzativa, divisione del lavoro, programmazione e controllo delle attività, prestazioni dei lavoratori.

Su un posto di lavoro, sono sempre le persone a fare la differenza. Con le loro qualità umane, culturali e psicologiche.

E' chiaro che non può esserci una efficace organizzazione del lavoro quando ci sono delle questioni personali che sono un chiaro impedimento alla fluidità delle azioni del lavoro. Due persone che non si parlano possono andare a compromettere un meccanismo o un processo che necessita di un interazione tra loro per avere un soddisfacente esito.

Il principale problema dell'organizzazione del lavoro è questo: si possono dividere i compiti sulla carta, si possono distribuire le risorse umane disponibili, si possono individuare in maniera marcata le attività necessarie. Ma le prestazioni dei lavoratori dipendono dalla capacità di lavorare da squadra in maniera omogenea, senza nessuno che comprometta il risultato per scarso rendimento o per eccesso di zelo.

Per noi la combinazione perfetta è quella che può crearsi tra persone dotate di volontà e spirito di sacrificio e persone dalle eccellenti doti organizzative. Ma che tra loro si rispettano: consapevoli gli uni con gli altri delle proprie doti e dei propri difetti, ma uniti da una comune volontà finalizzata non alla cura di propri interessi personali ma all'efficienza e alla buona riuscita del lavoro.

Con questi presupposti i risultati sono certi.

Datori di lavoro, curate in prima persona la selezione del personale e siate cauti quanto basta nelle assunzioni. Evitate di assumere le cosiddette "lingue di miele"(di cui abbiamo parlato a parte) solo per soddisfare il vostro ego.
Pensate all'efficienza del lavoro.

martedì 2 giugno 2015

L'ingiustizia della pressione fiscale / tributaria verso il contribuente italiano.

E' una realtà che ognuno di noi ha sotto gli occhi. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno.
La quota del reddito prelevato dallo Stato e dagli enti locali territoriali allo scopo di finanziare la spesa pubblica è altissima verso ogni contribuente.
Parliamo, ogni mese, di un 33-36% di uno stipendio di un lavoratore statale -ma soprattutto di un dipendente privato- che rientra indietro allo Stato.
Operazione questa che ha le forme di una enorme ingiustizia sociale, perpetrata ai danni dei figli legittimi dello Stato.

Si tratta anche di un clamoroso autogol commesso dallo Stato nei suoi confronti. Perché non servono le eccellenze economiste del mondo per capire che la crescita della pressione tributaria attraverso l'incremento delle aliquote ha dei limiti connessi agli effetti disincentivanti sull'attività economica e aumenta i tentativi di evasione, specialmente da parte di chi ha agio a muoversi in questo campo (e non sono certamente i lavoratori dipendenti).

Il primo enorme paradosso è questo: il rilancio dei consumi, possibile solo se il lavoratore non è oppresso in maniera tale da dover dimenticare un minimo di benessere personale, consentirebbe allo Stato di recuperare l'IVA da ogni acquisto. In altre parole, diminuendo la pressione fiscale lo Stato non perderebbe comunque i soldi. Anzi. Ci sarebbe solo più benessere, più lavoro e più soldi per tutti.

L'altro enorme paradosso è creato dai destinatari dell'ingiustizia sociale perpetrata.
Perché costoro non sono quelli che si muovono nel mondo del lavoro a colpi di intrallazzi, corruzione e evasione fiscale.
No.
I destinatari sono proprio le persone che vivono o cercano di vivere nella legalità. Quelli che sono sempre in pena per i conti da pagare. Quelli che antepongono il saldare un debito al comprarsi la televisione nuova. Quelli che prendono sul serio la scadenza di una bolletta. Quelli che pagano prontamente le imposte comunali. Quelli che si fanno fare la fattura dall'idraulico o dal meccanico, e quindi pagano l'IVA. Quelli che hanno una coscienza civica che non permette loro di vivere diversamente. Quelli che, in poche parole, finora hanno permesso che tutto il sistema non andasse al collasso e che lo stato ringrazierà facendoli lavorare fino a quando avranno una lunga barba bianca e magari qualche rotella fuori posto.
Pagandogli una miseria di pensione per gli anni che restano loro.

Come tollerare tutto questo, vedendo poi che con un paio di gettoni di presenze in Parlamento c'è chi si è costruito dei vitalizi e chi ha fatto una legislatura è diventato milionario?

Pensione da governatore regionale, pensione da parlamentare, vitalizio. Questo è il "trio" che accompagna costantemente gli "eletti".

Quale stato democratico può avallare l'esercizio di un apparato antisociale del genere dove vengono richiesti al popolo dei sacrifici che i governanti non sono neanche lontanamente disposti a fare?
Quante altre persone messe in ginocchio e quanti altri suicidi di disperazione dovremo tollerare prima di avere un governo del Popolo, per il Popolo e al servizio del Popolo?

Il Popolo Italiano deve dire basta. Deve ribellarsi. Deve dare vita ad un grande movimento popolare che con la forza delle idee e con una vera volontà di giustizia sociale possa legittimamante esautorare tutti i dinosauri della politica e i manager che hanno aperto voragini di debiti per curare i loro interessi personali.

sabato 11 aprile 2015

Sul lavoro offendersi è facile, farsi qualche domanda un pò meno.

Argomento interessante questo.
Cosa si intende dire? E' un qualcosa che ha a che fare con le caratteristiche personali delle persone.
Rincresce dirlo, ma è sempre più facile trovare persone che sul lavoro si offendono che quelle che si fanno invece qualche domanda a seguito di un dato comportamento che un collega ha tenuto con loro.


Esempio pratico.

Tale giorno, x contatta y chiedendo una lecita informazione su una pratica gestita da y in maniera che sembra essere non proprio impeccabile.

La risposta è evasiva, e senza alcuna assunzione di responsabilità. Con una postura nettamente in posizione difensiva, nonostante le domande non siano state poste in modo provocatorio.

Questa superficialità sembra proseguire anche nei giorni successivi, dato che non ci sono nemmeno delle "indagini" condotte da y per conto proprio per fare ulteriore luce sulla cosa. Il problema viene semplicemente accantonato sperando finisca nel dimenticatoio.

Quando invece il problema va avanti , comincia a diventare un "cancro" e finisce nella scrivania della Direzione, y viene convocato. E gli vengono impartiti dei perentori ordini per le azioni prossime da intraprendere.

A questo punto y è interessatissimo all'argomento. O almeno lo è per il tempo necessario ad alimentare quel futile fuoco di paglia obbligato dai capi.

E y cosa fa? Va da x per parlare proprio di quelle informazioni che x andava cercando in tempi non sospetti....di quelle cose che x disse ma che entrarono da un orecchio di y e uscirono dall'altro.

Quindi, a questo punto x è proprio incazzato. E tratta duramente il collega. Ovviamente senza parolacce e insulti, niente di personale quindi, ma duramente. Perché è persona tutta d'un pezzo e non gli va di essere lui ora a sentire discorsi ipocriti che nascono unicamente dalla pressione messa a y dalla direzione.

Quindi, y si offende.

Offendersi è un lusso che y non si può permettere, e forse a questo punto lo sa anche lui. Chissà. Ma offendersi a questo punto ha una convenienza. Permette di additare x come scontroso, di richiamare l'attenzione sul "caratteraccio" di x per spostarsi dalla vera essenza del problema. Nel patetico tentativo di passare dal torto alla ragione.

Offendersi conviene....

Per tentare di essere coerente, y terrà per un po' di tempo (la durata è variabile) il muso a x.

Dimenticando con estrema facilità che x ha detto delle cose a muso duro, si, ma al diretto interessato e solo al diretto interessato.
Non ha fatto il sorriso da cavallo e poi è andato dai superiori per raccontare le "malefatte" di y alle sue spalle.

Per questi motivi, x potrà comunque guardare y in faccia. Sempre, in tutte le occasioni future.

Comportamenti come questi sono quasi prassi quotidiana nei posti di lavoro con tante teste.
Ma per conto nostro, noi vorremmo sempre essere x. Sempre. Anche sapendo che questo ci costerà tante "simpatie".
E anche sapendo di appartenere ad una minoranza.

domenica 1 marzo 2015

In disgrazia con il proprio principale? Segnali.....

E' la cosa che nessuno si augura. Ma succede.
Si può andare in disgrazia con il principale per un motivo repentino o per un lento concatenarsi di eventi che fanno maturare la "crisi".
Una flessione di rendimento sul lavoro, vera o presunta. Una non-funzionalità o non-efficienza vera o presunta che ci viene riconosciuta nel gestire situazioni lavorative. Una nostra frase o atteggiamento infelice che resta impresso agli occhi di chi conta e ci fa entrare in una sorta di "black list". Ci sono mille e mille motivi e situazioni, e sono intimamente legati con le convinzioni del nostro principale, con cosa a lui dà fastidio. Con il suo carattere, insomma. E in quel momento noi diventiamo proprio "il fastidio" fatto persona che si materializza davanti ai suoi occhi. E ci fa diventare dei facili bersagli.
I modi in cui ci viene dimostrato? Sono tanti, e spesso subdoli. Ci rendiamo conto di venire "beccati", "pizzicati" per motivi futili, per cose che magari vediamo fare da altri tutti i giorni. Veniamo fatti richiamare per un abbigliamento non consono, per la nostra firma e-mail ritenuta troppo eccentrica, per una pratica lavorativa che abbiamo tenuto da parte per un giorno, per aver navigato 5 minuti su internet.
Finiamo sotto la lente. Siamo andati in disgrazia con il nostro principale e ogni occasione è buona per cercare di risvegliare in noi sensi di colpa, farci sentire inadeguati e inopportuni.
E se sul lavoro abbiamo dei "nemici" vicini al principale? Un bel problema: non si lasceranno sfuggire l'occasione per affossarci ancora di più, facendo aumentare la diffidenza del capo nei nostri confronti.
Modi per venirne fuori? Potrebbero non esserci. Potrebbe già essere tutto deciso.
Se invece così non è, un atteggiamento dignitoso e risoluto aiuta. Sicuramente è preferibile un basso profilo, che aiuta a uscire dal "cono di luce" in cui siamo finiti.

domenica 8 febbraio 2015

Socialità e leadership del lavoro.

L'attività lavorativa è eminentemente sociale in quanto pone gli uomini in rapporto tra loro.
Questo rapporto che si crea è condizionante per tutto il sistema, nel bene e nel male.
Nascono quindi le leadership, per doti naturali o per posizione sociale.
La leadership è l'autorità dell'individuo che assume il ruolo di capo grazie al fatto che le sue decisioni e idee, i suoi comportamenti e atteggiamenti, influenzano in modo notevole i componenti della collettività considerata.
Questo vi fa pensare al Vostro capoufficio? Chissà quanti si metteranno a ridere...le eccezioni ci sono, ma certo non è cosa scontata vedere persona davvero carismatica in questi panni.
Togliamo dal discorso i datori di lavoro: riconosciamo loro un carisma, piccolo o grande che sia, perché senza questo davvero non si capirebbe come possono gestire una società.
Puntiamo la nostra attenzione su un capoufficio o un caporeparto. Pensiamo al nostro. In tanti casi non possiamo non pensare, visto il suo comportamento, che egli occupi la sua posizione non tanto per carisma o particolari competenze ma per il suo essere funzionale alle esigenze del datore di lavoro che forse preferisce avere dei responsabili che sono unicamente degli esecutori delle sue volontà e non delle persone con cui egli vuole confrontarsi e discutere.
Questo dimostra che una leadership non può essere ridotta ad un fatto di "ascendente personale" che metterebbe la persona in grado di esercitare un'influenza in ogni circostanza, posizione e ruolo sociale; né a un fatto del tutto casuale, accidentale e imprevedibile. Nel senso che la leadership dipende sempre, nelle sue manifestazioni, da particolari situazioni che si vengono a determinare in una collettività.
Più comune, quindi, riconoscere ai nostri diretti superiori una leadership puramente istituzionale: una leadership di routine, che interpreta rigidamente il suo ruolo secondo le modalità collaudate e secondo i limiti imposti dall'istituzione; decisamente più raro riconoscere un leader precursore o innovatore, orientato a ridefinire in modo anche radicale il suo ruolo all'interno dell'istituzione.
Certamente una leadership di tipo carismatico risulta essere, nei casi estremi, accentratrice e portata alla spersonalizzazione dei subalterni; al contrario una leadership puramente formale aumenta l'autoresponsabilità e può creare delle nicchie che, pur senza influire nella politica societaria, tendono ad operare in autonomia.

giovedì 1 gennaio 2015

I miei personali Auguri per il 2015.

Con questo post vorrei mettere assieme il miglior augurio possibile verso tutti per un 2015 prospero, senza separarlo da una presa di coscienza che secondo me è necessaria come impulso per un futuro non affidato alle circostanze ma fondato su quello che tutti noi possiamo fare concretamente.

Oggi inizia il 2015, quel che è fatto è fatto e ce lo siamo lasciati alle spalle.

Io anche lo scorso anno ho lavorato sempre e tanto, ringrazio il destino benevolo per questo. Ma non posso non pensare a tutte le persone altrettanto capaci ma meno fortunate e che vanno avanti in situazioni assurde o sotto il segno di una costante precarietà, o che hanno perso il lavoro e sono alla disperazione.

Recentemente ho avuto modo di passare qualche giorno in Austria il periodo di Natale. Sono stato molto colpito dal vedere una realtà fatta di luci, colori, profumi, calore e entusiasmo. E uno stile di vita semplice e rilassante, ma elevato. Un Paese con un reddito pro capite medio da 46.000 euro. Un Paese dove si vede che le cose funzionano a dovere. Una città, Innsbruck, che è un gioiello come efficienza dei trasporti e servizi.

Nessuna grossa sorpresa per questo: i miei trascorsi in Sud Tirolo mi suggerivano già molto bene situazioni come queste, ma certamente toccare con mano non può non fare riflettere e fare paragoni, per quanto antipatici possano essere, con la situazione ben diversa che campeggia nella maggior parte delle regioni Italiane.

Viviamo in un Paese senza futuro. Un Paese governato da personaggi che hanno contribuito alla crisi di Stato perseguendo i loro sporchi affari privati o facendo gli interessi delle lobby di potere che hanno dato loro la poltrona sulla quale indegnamente siedono. Un Paese dove la corruzione non si riesce (non si vuole) estirpare. Un Paese dove non c'è la certezza della pena per eversori e assassini. Un Paese dove l'informazione è manipolata. Un Paese dove l'istruzione è diventata un baraccone che sforna avvocati, architetti e ingegneri sempre più massa e sempre meno competenti, e nel contempo garantisce solamente uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile. Un Paese dove il rapporto debito / PIL continua a peggiorare, dove la produzione industriale è ferma e dove le imprese soffrono sempre più e chiudono una dopo l'altra.

Ripeto, personalmente ho sempre lavorato e quindi per me è cambiato poco. Nonostante la crisi e tutti i bla bla bla che ci girano intorno. Forse sono altri ad avere ancora più titolo per lamentarsi. Ma la realtà è che lavorando 40 ore settimanali e con un mutuo da pagare, non è assolutamente possibile stare a galla (parlo di stipendi da comuni mortali, beninteso): solo gli extra ti possono permettere di non affondare. E in ogni caso una domanda è giusto porsela: se domani malauguratamente il lavoro va perso, quante possibilità si hanno di trovarne uno nuovo equivalente e in breve tempo?
Scarse.

In questa situazione, credo sia giusto spostarsi verso lidi più favorevoli piuttosto che stare anni a tergiversare per poi trovarsi in mano un lavoretto da 4 soldi e vedersi trattare al ribasso il proprio stipendio. Avere il coraggio di andare anche all'estero. Come già stanno facendo i ragazzi migliori, perché i migliori l'Italia li sta già perdendo da tempo: stanno andando tutti all'estero, alla ricerca di quelle opportunità che in Italia sono ormai negate.

In questa Italia, infarcita di "italiani" che di Italiano non hanno nulla, non ci si riconosce quasi più. Un Paese che ha dato i natali a grandissimi scienziati, artisti, gente che in tutto il mondo ha fatto storia. Un Paese che ha regalato l'arte più splendida. Un Paese dove ogni regione offre prelibatezze gastronomiche. Un Paese che ha incarnato "La Dolce Vita" anche in realtà fatte di lavoro duro. Ma che oggi è avvitato su se stesso e che non crolla di schianto per il solo fatto di poggiare sulla schiena di chi lavora e paga le tasse anche per tutti coloro che non lo fanno.

Nonostante tutto, auguro con tutto il cuore e in particolare a ogni singola persona che ha avuto la pazienza di leggere questo articolo arrivando sino a qui, un 2015 prospero di idee e iniziative coraggiose, perché di questo c'è bisogno. Qualche buon risultato dovrà pur arrivare.
Non perdiamo tempo interessandoci al cinematografo della politica italiana: pensiamo solo a quello che noi possiamo fare, a come possiamo rendere bella la nostra vita e quella di chi ci circonda, con passione, entusiasmo e umiltà. Poco importa dove: l'importante è tenere il nostro destino nelle nostre mani, mettere tutto il nostro che possiamo per cambiare in positivo lo stato delle cose !